Labyrinth
Architecture Of A God

2017, Frontiers Records
Power Metal

Con "Architecture Of A God" i Labyrinth hanno sfiorato il capolavoro
Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 10/04/17

La Frontiers Records, negli occhi dei fan, ha lo stesso fascino che Babbo Natale ha per i bambini: entrambi lavorano dietro le quinte per preparare grandissime sorprese che rendano felici tante persone. Sicuramente una delle sorprese più apprezzate di questo primo quarto di 2017 è l’uscita di un nuovo album dei Labyrinth. Oltre alla presenza di due storici componenti come Andrea Cantarelli e Olaf Thörsen, il ritorno di Roberto Tiranti al posto di Mark Boals, utilizzato in due anni di permanenza solo a mezzo servizio, ha di certo un sapore speciale, un ritorno a periodi di grande successo della band. Visto che guardando solo al passato si rischia di sfruttare spesso un effetto nostalgia senza dire nulla di nuovo – vedi "Return to Heaven Denied Pt. II - A Midnight Autumn's Dream" -, l’innesto di tre nuovi membri - Nik Mazzucconi (Edge Of Forever), John Macaluso (ex Mastercastle, ex Yngwie J. Malmsteen) e Oleg Smirnoff (ex Death SS, ex Eldritch, ex Vision Divine) – è proprio quello che ci voleva per quello che vuole essere un evento speciale.

Dei singoli brani di questo "Architecture Of A God" abbiamo ampiamente parlato nel track by track pubblicato lo scorso mese. Ampliando quanto già segnalato, quello che appare immediatamente chiaro è che il combo toscano ha voluto dare alle stampe un album dove, piuttosto che alla velocità, l’attenzione fosse focalizzata sulle atmosfere. Non per questo si abbandonano completamente i brani spediti: "Take On My Legacy" e "Stardust And Ashes" solleticano immediatamente i ricordi dei fan, riportandoli ai tempi di "Sons Of Thunder", tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del successivo decennio. Anche il brano di apertura, "Bullets", ha dalla sua una discreta velocità, sebbene rallenti durante il ritornello per lasciare più spazio alla melodia. Pure in questo caso, per alcune atmosfere presenti nel brano, la band sembra guardare al passato, un po’ più recente, visto che si parla di "Labyrinth" del 2003. Questo brano, pur rimandando alla storia della band, viene reso appieno contemporaneo grazie all’innesto di elementi più moderni. A parte questo tris di incursioni nel power più legato al DNA classico del combo, i Labyrinth si buttano a capofitto in un rock/metal dalle tinte più intimiste, dove sentimenti e sensazioni vengono magistralmente raccontati soprattutto dalla voce di Tiranti. Per contro, vista l’ampia scelta di situazioni dove gli è concesso sperimentare e mostrare la propria duttilità, dove tutta l’anima struggente del singolo brano viene racchiusa nella sua interpretazione, sono invece i momenti in cui deve toccare le note più alte, dove si lancia in tirate più power a risultare meno incisivi, quasi forzati. Queste atmosfere più delicate sono sicuramente terreno fertile per gli innesti progressive che la band ha sempre amato ed infatti, oltre al lotto di canzoni dove è più evidente questa natura – la title track, "We Belong To Yesterday", "Those Days’ e "A New Dream" -, vi è una massiccia presenza che aleggia su tutto il platter, facendosi più palese nella seconda metà della tracklist. Andando a pescare nell’ampio bacino di elementi che caratterizzano lo stile dei Labyrinth, non manca neppure la contaminazione elettronica. Con "Children", riuscitissima cover di un brano da discoteca, la band mette in mostra un’ottima capacità di riscrittura, donando a questa traccia un’anima che nell’originale mancava, rendendola nello stesso tempo più pesante – chitarre e batteria – ed eterea – le tastiere. Che il pensiero corra a "Vertigo" da "No Limits" o a "Feel" da "Return to Heaven Denied", il terreno da cui ha avuto origine questo brano ha precedenti ben illustri. Vista la citazione delle tastiere, non si può mancare di segnalare l’altro grande pilastro che sostiene l’impalcatura di "Architecture Of A God" insieme alla voce di Tiranti. Il lavoro svolto da Smirnoff è veramente magistrale, tanto da non far rimpiangere la mancanza di Andrea de Paoli. Sia quando è in primo piano con assoli o più defilato con inserti elettronici o d’atmosfera, riesce a trascinare l’ascoltatore. Basterebbe la sua esecuzione in "Random Logic’"– ma si tratta solo della punta dell’iceberg - per poter comprendere l’importanza di questo nuovo innesto nel combo. In un lotto di canzoni molto valide è difficile riuscire a sceglierne una che spicchi per qualità o significato. In questo caso la stessa band ci viene in aiuto rendendo "We Belong To Yesterday" il brano più emblematico. Oltre a segnalarsi per un’estrema leggerezza, il riff portante è quasi un leitmotiv che percorre trasversalmente tutto l’album, capace di creare così un’unica entità partendo da dodici tracce separate.

Con "Architecture Of A God" i Labyrinth hanno sfiorato il capolavoro. Mancano purtroppo l’obiettivo per pochissimi elementi che, pur non svilendo il valore generale dell’album, riescono però a intaccare un livello qualitativo decisamente alto. Concorrono a tale giudizio sicuramente i momenti meno spontanei dell’interpretazione di Tiranti, così come una certa prevedibilità di un brano come "Take On My Legacy" – imbevuto di DNA dei Labyrinth e per questo un po’ troppo standardizzato -, o ancora la power ballad "Those Days" che, come nel caso dell’altro brano segnalato, non osa spiccare il volo. Il ritorno sugli scaffali del combo toscano può essere comunque salutato con gioia da tutti coloro che sono rimasti a digiuno per quasi un decennio.



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