Hell In The Club
Shadow Of The Monster

2016, Scarlet Records
Hard Rock

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 02/02/16

Come il buon vecchio Albert Einsten ci ha insegnato, il tempo è relativo. Se pensavamo che gli anni ’80 si fossero chiusi definitivamente poco più di trent’anni fa, che fossero quindi solo un lontano ricordo, il ritorno in pompa magna dei Guns ‘n’ Roses e l’ultimo, grande tour d’addio dei Mötley Crüe sembrano invece dirci tutt’altra cosa, ovvero che gli anni ’80 sono ancora ben presenti in mezzo a tutti noi. Per una band che parte e per una che invece ritorna ve n’è infine una terza che negli ultimi anni si è data decisamente da fare. Una band giovane, moderna, ma il cui sguardo è saldamente rivolto verso quella decade ancor oggi importante. Sto parlando naturalmente degli Hell In The Club, che in questo primo scorcio di 2016 tornano con il terzo album della loro ancor corta ma alquanto significativa carriera. Rispetto al precedente “Devil on My Shoulder” di due anni fa la band si propone con un veloce cambio dietro le pelli, con la partenza di Federico Pennazzato (Death SS) e l’arrivo di Marco Lanciotti (Sacred Hell).

Per iniziare a parlare di “Shadow Of The Monster” è opportuno partire dalla fine, ovvero da “Money Changes Everything”, ispiratissima cover del brano creato dai The Brains nel lontano 1978 ma successivamente portato ad un successo decisamente maggiore da Cyndi Lauper nel 1984. Gli Hell In The Club, seguendo la lezione della Lauper, rileggono il brano in una versione decisamente personale, carica di sentimenti e sofferenza, perfettamente interpretati da un coinvolgente Davide Moras. Questo brano può essere visto come l’estrema summa dell’essenza della band: un occhio al passato, un altro ben piantato nel presente e tanta personalità con la quale andare a rileggere quanto i classici hanno fatto, senza plagiarli ma aggiornandolo con un sentimento totalmente personale. Sotto questa luce, i richiami a band come i Guns ‘n’ Roses, gli Skid Row, o i Bon Jovi acquistano valore di puro omaggio sul quale si innesta l’estremamente vigorosa visione musicale della band. Le nove tracce precedenti a “Money Changes Everything” sono un concentrato di energia, riff taglienti e cori da cantare a squarciagola sotto al palco. Riuscire a riprendersi dal fuoco di fila delle prime quattro tracce potrebbe essere quasi impossibile se non ci fosse “The Life & Death Of Mr. Nobody”, power ballad studiata appositamente per abbassare i toni (e le luci) e per dare libero sfogo al lato più romantico che possiede anche il più accanito dei rocker. Il fantastico lavoro svolto in questo brano e in “Naked” da Davide Moras è uno dei motivi per i quali gli Hell In The Club oltre ad essere dei tritasassi in quanto a riff assassini e melodie trascinanti, sono anche la colonna sonora dei momenti più intimi: i sentimenti e la struggente dolcezza che il cantante riesce a trasmettere in questi due brani ripagano di tutte le pessime ballad che ci si è dovuti subir negli ultime trent’anni. Con una scrittura dei brani pressoché perfetta (l’esperienza maturata dal precedente album si sente) e con una produzione impeccabile come sempre ad opera dell’immancabile (per fortuna!) Simone Mularoni, “Shadow Of The Monster” non lascia scontento nessuno, che siano le atmosfere southern di “Hell Sweet Hell” o quelle horror circensi di “Le Cirque Des Horreurs” o l’hard rock più festaiolo delle restanti tracce.

Gli Hell In The Club sono un vanto per l’Italia, una band di alto livello che può permettersi di gareggiare alla pari con combo americani ben più stagionati e conosciuti. Vista l’energia e la passione che i quattro ragazzi profondono nella loro ottima proposta musicale ad ogni nuova uscita, meritano il massimo sostegno da parte di tutti i fan italiani.



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