Grave Digger
Healed By Metal

2017, Napalm Records
Heavy Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 21/01/17

Grave Digger. Un nome, una garanzia, una band graziata da un cantante estremamente riconoscibile, quel Chris Boltendahl che con la sua voce roca e potente aveva dato nel corso del tempo una dimensione ben precisa alla band di Gladbeck, Germania. Ottimi album realizzati negli anni ’90 per poi passare a full length un po’ più mediocri negli anni più recenti. Una mediocrità quasi da compitino che, visti i precedenti della band, infastidisce e non poco. Con questo “Healed By Metal” – titolo tamarrissimo che non stonerebbe su un album dei Manowar, e la l’artwork della cover rincalza ulteriormente la dose – il combo tedesco mostra ancora una volta i pregi ed i difetti che contraddistinguono quest’ultima parte della loro carriera.

Andando subito a guardare ai pregi di “Healed By Metal”, non si può non citare la capacità di scrittura della band. Anche quando la voglia di tirare fuori qualcosa di nuovo o di epico viene a mancare, come in questo caso, Boltendahl e soci riescono comunque a comporre dei brani che si mantengono tutti sulla sufficienza. Non vi sono brutte canzoni, non vi sono brani che stonano rispetto all’impostazione generale. Vi è sicuramente del già sentito, sia in merito alla produzione precedente dei Grave Digger che ad altre band ampiamente conosciute, ma se questo fosse un peccato capitale nel mondo della musica – ed in special modo in alcuni sottogeneri del metal -, allora ben pochi gruppi si salverebbero dal linciaggio. Un altro grande punto a vantaggio della band è la durata limitata delle singole tracce. A parte la conclusiva ‘Laughing With The Dead’, discretamente più lunga, tutti gli altri brani durano in media tre minuti, con una durata totale dell’album di soli 36 minuti. La brevità delle composizioni permette di contenere i danni e di mettere in mostra i punti di forza della band: la voce di Boltendahl che, nonostante l’età, ancora riesce a fare il proprio dovere, gli assoli e i riff di Axel Ritt, i cori coinvolgenti. Tutto il bagaglio d’esperienza accumulato in trent’anni di storia dei Grave Digger viene sfruttato per dare ai fan ciò che chiedono a gran voce. E se da un lato questa esperienza come band e come musicisti riesce a salvare dal disastro “Healed By Metal”, dall’altro fa infuriare perché ci mostra una band dalle ottime capacità, in grado di tirare fuori dei gioiellini – qualcuno ha detto “Excalibur”, “Knights Of The Cross”, “Tunes Of War” o anche “Rheingold”? -, che invece negli ultimi anni ci ha abituato ad album del livello di “Clash Of The Gods” o “The Clans Will Rise Again”.

Brani corti, essenziali, diretti. Manca un solo ingrediente per rendere l’album un ottimo ascolto. Peccato che proprio quell’elemento – la creatività – venga a difettare, facendo sì che le tracce oscillino, in media, tra il mediocre ed il generico. Dopo diversi ascolti sono ben poche le canzoni che rimangono stampate in mente. ‘When Night Falls’, ‘Lawbreaker’, ‘Forever Free’ e ‘Kill Ritual’ appartengono al lotto meglio riuscito e riescono a mettere in mostra perfettamente tutti i punti di forza della band. ‘Call For War’ e ‘Hallelujah’, sebbene inferiori come qualità, grazie all’immediatezza di chiara matrice teutonica riescono comunque a svolgere il proprio compito di far muovere le teste delle masse di fan sotto al palco. Da questo punto di vista anche la title-track, pur con tutti i difetti derivanti dall’essere radicata nel lontano passato anni ’80 della band e dal dover sfoggiare un ritornello decisamente improponibile, ha però quel fascino ignorante da cavernicolo che sicuramente farà alzare i pugni al cielo ed intonare a gran voce il coro nei momenti dal vivo. Da qui in poi è un piattume alquanto imbarazzante, e non importa se ‘Laughing With The Dead’ cerchi di donare una maggiore oscurità e cattiveria per mezzo di un incedere lento e roccioso che trasuda gas mefitici di palude, il risultato, purtroppo, non riesce a staccarsi da una zona di pura mediocrità.

In quale modo si può valutare “Healed By Metal”? Per l’occasione mi viene da citare la conclusione della recensione dell’album “Clash Of The Gods” ad opera di Eleonora Muzzi: “I fan andranno a colpo sicuro, ma se un neofita dovesse approcciarsi per la prima volta ai Grave Digger con questo album, la sua prima impressione non sarebbe di certo positiva. Non del tutto negativa, ma non riceverebbe un solo grammo dell'impatto devastante dei bei tempi che furono”. Anno Domini 2012. Lascia una certa amarezza constatare come l’approccio della band alla materia musicale ancora ristagni, mentre gli anni passano e la distanza cronologica dai veri capolavori diventi sempre più grande.



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