Eclipse
Monumentum

2017, Frontiers Music
Hard Rock

Recensione di Marilena Ferranti - Pubblicata in data: 17/03/17

Sono passati due anni dall'ultimo lavoro di questa amatissima band svedese; da allora, gli Eclipse hanno portato il loro hard rock in Australia, Giappone, America ed Europa, per non parlare dei tre milioni e mezzo di telespettatori che hanno assistito al loro debutto sulla televisione nazionale svedese al Melodifestivalen 2016.
 
"Bleed e Scream" e "Armageddonize" hanno messo subito in chiaro le cose: Erik Mårtensson non ha intenzione di passare inosservato, come ha dichiarato lui stesso: "Quando vado a vedere una band suonare voglio solo sentire canzoni che ti facciano venire voglia di levare il pugno al cielo e gridare tutti insieme, e voglio che chiunque intorno a me senta il bisogno di fare lo stesso".

 

"Monumentum" riprende esattamente dove "Armageddonize" ci aveva lasciati; come un fiume in piena Mårtensson continua a sfornare meravigliosi inni corredati da suoni cristallini. Che dire della sezione ritmica capitanata da Magnus Ulfstedt che, col nuovo addetto ai tamburi di guerra Philip Crusner, sembra un'orda di cento elementi, così potente e ben amalgamata da far sollevare i peli dell'avambraccio elevando l'egregio lavoro del buon Magnus Henriksson. Il sound degli Eclipse ha raggiunto una stabilità e una riconoscibilità immediata e questo album è più variegato e maturo dei precedenti, seppure con un leggero sottofondo di "formula collaudata che vince non si cambia". In molti dei nuovi pezzi ritroviamo infatti le atmosfere di "I Don't Wanna Say I'm Sorry", "The Storm" o "Breakdown", tutti pezzi che hanno dato carattere ad "Armageddonize".
 
L'opener "Vertigo" lancia subito al galoppo tutte le scenografie che potremmo immaginare di sfondo ad una cavalcata ventosa che sembra sferzarci le guance; "Never Look Back" si apre con un riff assassino che cattura immediatamente, un pezzo di cui è stato rilasciato anche un video che stordisce per gli effetti visivi ma rappresenta a pieno l'interpretazione rabbiosa e senza rimpianti del pezzo. "Killing Me" e "Downfall of Eden" si ripercorrono gli stili più amati dai fans senza particolari scossoni, mentre con "Hurt" il rischio di arresto cardiaco è alto. Il brano è una disarmante dichiarazione di resa, fatto di messaggi semplici e diretti, ma interpretati in modo positivamente straziante, come ci si aspetta da una ballad e da un frontman come Mårtensson; ma non temete, dopo 2 minuti e trenta secondi sarà anche "peggio". Il pezzo decolla e si apre con tastiere, cori e atmosfere intense da morire. "Jaded" fortunatamente rialza il tiro ed è facile immaginarsela cantata da centinaia di fans sotto a un palco; non particolarmente esaltanti "Born to live" e "For Better And For Worse", ma decisamente grintosa, e un po' in stile "The Eye Of The Tiger", la cazzutissima "No Way Back" che potrebbe funzionare alla grande come opener per un live show anche grazie al ritornello facilmente assimilabile. La vera sorpresa del disco però arriva con gli ultimi due brani che non mollano la spinta. In particolare, la consigliatissima "Black Rain", forse l'episodio più bello dell'album perché il più articolato, cattivo e maestoso, con un assolo esaltante di 30 secondi e un incedere impetuoso. Insomma un ottimo disco e un bel ritorno che renderà sicuramente felici tutti i fans!

 





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