Saxon
Destiny

1988, EMI
Heavy Metal

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 08/12/14

Dice Ian Paice che esistono dischi giusti usciti al momento giusto e dischi giusti usciti nel momento sbagliato. “Destiny” dei Saxon appartiene senz’altro alla seconda categoria; disco minore e per certi versi dimenticato, vede la luce negli anni d’oro dell’hard rock americano e rappresenta il tentativo palese di raggiungere quel sogno a stelle e strisce che il quintetto capitanato da Byff aveva appena assaporato negli anni precedenti. Provate a immaginare cosa poteva rappresentare l’America per cinque ragazzi della working class britannica, quell’America vista in tour a fianco degli Iron Maiden o dei Motley Crue; conquistare il mercato americano in quegli anni voleva dire avercela fatta davvero e il successo avrebbe spalancato le porte della fama mondiale e di guadagni milionari, ma i Saxon non avevano il budget dei Def Leppard o dei Bon Jovi, la classe dei Journey, la sensualità degli Whitesnake, e non avevano fra i loro membri quei bei faccini utili a stuzzicare le adolescenti d’oltreoceano. Spinti e traditi a più riprese dalle case discografiche, cercavano dal 1983 in avanti di guadagnare progressivamente terreno sul mercato d’oltreoceano con risultati alterni e discutibili.

Era grande quindi la fame di America e dei suoi grandi spazi non a caso rievocati con la cover di “Ride Like The Wind” (“l’abbiamo fatta perché è un gran pezzo, da un grande disco”), l’unica traccia che è riuscita a vincere la prova del tempo; si tratta di una cover del cantautore americano Christopher Cross che Byff e soci riescono a fare propria appiccicandoci sopra dei bei riff di pura scuola Saxon. Il resto del disco è figlio del periodo che vede la luce, caratterizzato da cori sintetizzati, inserti di tastiere e una produzione che suona davvero troppo cristallina per chi era cresciuto con il suono dell’Heavy Metal Thunder nelle orecchie. Ne esce fuori un disco controverso, perché se è indubbio che l’essenza del gruppo non nasce su questi lidi, va riconosciuto che a distanza di anni il disco suona assai più godibile di tanti titoli più illustri della loro discografia (su tutti "Crusader"), sa essere accattivante (“S.O.S.”), melodico (“Calm Before The Storm”), a tratti epico (“Jericho Siren”), piacevolmente stucchevole ("I Can't Wait Anymore") ma nel complesso resta un mirabile esempio di rock melodico che scivola via leggero quanto basta per coccolare l’ascoltatore con docili melodie eighties. In piena controtendenza rispetto ai tempi, riesce persino a regalare con “Calm Before The Storm” un inatteso spaccato di quell’Inghilterra lavoratrice caduta sotto i colpi di Margaret Thatcher, al punto che Byff recupererà il testo qualche anno dopo per appiccicargli su una veste del tutto differente (“Iron Wheels”). “Destiny” è anche una prova di versatilità da parte di un Byff Byford del tutto a suo agio in una situazione più melodica del solito. E' solo di recente, con la partecipazione ad Avantasia e a Scintilla Project, che il cantante ha recuperato questa dote così sottostimata nell’arco della carriera.

Disco bistrattato dai fans, ignorato dalla band alla stregua di un figlio illegittimo, ascoltato oggi “Destiny” sembra più un palese tentativo di salire sul carro del vincitore, che non un sincero excursus verso sonorità diverse dal solito, ma i fans non dimenticano e alla fine presentano il conto: il tour seguente verrà interrotto bruscamente con Byff e la band sull’orlo di una crisi di nervi. Per più di due anni il singer non vorrà saperne più niente dei Saxon e della musica in generale, trincerandosi in un lungo isolamento; sarà solo allora che inizierà la riscossa dei cinque guerrieri sassoni.




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