Kiss
Creatures Of The Night

1982, Casablanca Records
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 13/10/15

Iniziamo con un assunto banale: questo è un disco bellissimo. Sfortunato e ignorato ai tempi, ma bellissimo, senz'altro uno dei migliori partoriti dai Kiss. Lo pensano i fans, che quando si tratta di dare fiato alle trombe non le mandano a dire per posta; lo pensano i Kiss stessi, che non mancano mai di infilare in setlist almeno un paio di tracce. Che sia l'heavy rock tellurico della title track, la tamarraggine da stadio di "I Love It Loud", l'oscura "I Still Love You" o la massiccia "War Machine" poco importa, perché si tratta di brani tutti diversi dotati di grande personalità. "Creatures Of The Night" vede la luce nel periodo più critico della lunga carriera del Bacio, i gloriosi anni '70 erano stati archiviati, due quarti della formazione storica si erano persi per strada mentre il punk e la disco prima, la NWOBHM poi assestavano colpi mortali al rock tradizionale. Sul finire del decennio i Kiss erano stati colpiti da un attacco di megalomania (i quattro dischi solisti usciti in contemporanea), poi da bravi newyorkesi si erano lasciati ammaliare dallo Studio 54 ("Dinasty"), per virare poi verso il pop rock ("Unmasked") e  persino il rock epico ("The Elder"), una sequenza di svarioni con buone idee sparse, ma che aveva finito per spiazzare anche i fans più devoti. Il trono iniziava a vacillare davvero e la popolarità crollò al punto tale che la band non era neppure andata in tour per il disco precedente. Non si può però parlare di "Creatures Of The Night" senza accennare alla parabola di Ace Frehley: da sempre decisivo negli equilibri della band, il chitarrista del Bronx da tempo oscillava fra stare dentro e fuori, condizionato dai soliti problemi di dipendenza. Resta a memoria d'uomo l'unico musicista accreditato su un disco nel quale non ha suonato una nota neppure per sbaglio, e a essere onesti non ci vuole un orecchio assoluto per capirlo. Ace ha uno stile unico che profuma di rock n'roll e maleducazione, ma che non ha niente da spartire con le parti soliste di "Creatures Of The Night", l'eleganza di "Danger" o i riff di "Killer". Questo disco è un'altra cosa, è un disco che mostra l'ennesima faccia (o maschera) dei Kiss.
 
Si intitola "Creatures Of The Night" ma all'anagrafe potrebbe benissimo essere registrato come Kiss & Friends; furono assunti un songwriter d'autore (Adam Mitchell), un talentuoso chitarrista (Vincent Cusano), e un giovane cantautore canadese di belle speranze di nome Bryan Adams. Persino Robben Ford e Mike Porcaro fecero la loro apparizione in veste di session men. Una fucina di personalità tutte riunite attorno al capezzale dei Kiss, nella speranza di rianimare il grande vecchio. Come spesso accade in casa Kiss, nei momenti di crisi ricomincia il grande gioco dei ghost players, in cui suonano un po' tutti e più saltuariamente gli stessi Kiss. Le dinamiche all'interno della band non era delle migliori e neppure del tutto chiare, ma questo non impedì di veicolare sul disco tante ottime performance; non fu subito chiaro a tutti, ma almeno da un punto di vista artistico l'operazione riuscì.
 
Nel disco si respira un'aria meno scanzonata, sottolineata dall'affascinante copertina e da un sound più energico e compatto. Si è molto parlato negli anni del gran lavoro della batteria e in effetti, uno degli elementi che i Kiss hanno portato a casa dall'esperienza di "Creatures Of The Night" è senz'altro la prestazione di Eric Carr. Gene Simmons e il compianto batterista passarono molto tempo in giro per L.A. nel tentativo di trovare lo studio con il giusto sound e i risultati furono evidenti: la prestazione di Eric Carr è maiuscola, il giovane batterista che era entrato in una delle più grandi rock n'roll band del pianeta per poi trovarsi nei dischi precedenti di fronte a qualcosa di diverso, finalmente può emergere in tutto il suo talento. Il sound della batteria di "Creatures Of The Night" diventerà il modello per molte bands negli anni a seguire. Perso fra Hollywood e belle donne, Gene Simmons esce per un momento dalla sua nebbia creativa: i brani migliori sono tutti suoi, gli anthem di "I Love It Loud" e "Rock n'Roll Hell", ma anche l'heavy schiacciasassi di "War Machine" e "Killer", i panni del metallaro metropolitano calzano a pennello per il nostro demone che regala su questo disco un inatteso sussulto di ispirazione. Vincent Cusano prese il posto di  Ace Frehley con lo pseudonimo di Vinnie Vincent nello sfortunato tour  promozionale, guadagnandosi il gettone di presenza per il successivo "Lick It Up", in cui risulterà determinante anche a livello di songwriting. Il suo carattere inaffidabile lo rende incompatibile con la premiata ditta Stanley/ Simmons, anche se non mancherà di collaborare con la band nei dischi più recenti.
 
L'epopea della hottest band in the world si chiude (temporaneamente) con un concerto davanti a 250.000 persone al Maracanà di Rio de Janeiro, nel 1983, ad oggi il più grande che la band abbia mai tenuto. Per la band è un nuovo inizio, via le maschere e ingresso definitivo negli anni '80, una svolta tanto epocale da far passare in secondo piano uno dei suoi dischi migliori.




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