Black Sabbath
Dehumanizer

1992, BMG
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 15/12/14

La spersonalizzazione dei rapporti umani, il controllo della pubblica opinione, l’omologazione dell’individuo nel mondo globalizzato sono temi attuali che hanno esercitato un fascino malsano su intere generazioni di artisti, fossero scrittori, musicisti o altro. Non sappiamo se nel 1992 i Black Sabbath fossero davvero così pessimisti circa i destini del mondo, certo è che il futuro a tinte fosche dipinto dalla band di Birmingham con la release di “Dehumanizer” è risultato col senno di poi drammaticamente vicino alla realtà odierna. La prima reunion con Ronnie James Dio è un salto a piè pari negli anni ’90 dopo la felice parentesi epico mistica di fine anni ’80.  Anni di oblio e instabilità spazzati via dall’arrivo del vocalist Tony Martin con cui la band sembrava aver trovato l’equilibrio smarrito dopo l’abbandono di Dio. Non sappiamo cosa sia passato nella mente di Tony Iommi in quegli anni, forse la consueta inquietudine che da anni attanagliava la band o una certa flessibilità nell’anticipare il momento propizio, fatto sta che i tempi erano ormai maturi per una reunion e dopotutto, se era andata bene con un cantante apertamente ispirato a Dio, perché non tentare la carta originale? Sin dagli esordi i quattro di Birmingham hanno raccontato le storture dell’epoca moderna attraverso il lato oscuro del pentagramma; con il nuovo decennio  era ben percepibile un generale senso di incertezza anche nell’ambiente musicale e sarebbe errato scomodare ancora il nascente movimento grunge come capro espiatorio della fine di un’epoca, anche nel metal le acque si muovevano, il black, il death, i gothic erano generi che si ponevano in forte antitesi a luci e lustrini di pochi anni prima. La reunion non è dunque un ritorno al passato, ma una riedizione di una formazione storica per raccontare il presente. Tecnologia, alienazione, media, religione, disastri ambientali, ce n’è davvero per tutti nel futuro disumanizzato dei Black Sabbath. Il suono della formazione di “Heaven And Hell” è meno epico, più cupo e opprimente, per certi versi più tradizionale e quasi riconducibile al periodo Ozzy. “After All” è un pezzo ultraterreno che non avrebbe sfigurato in una reunion con il Madman, ma sono altri i brani rappresentativi del disco: spiccano su tutte “Computer God” e “Master Of Insanity”, due mid tempo dall’incedere solenne e gonfie di riff sulfurei, pronte ad esplodere in chorus liberatori al pari dell’anthemica “I”, altro momento esaltante del disco inno all’individualismo tutto a firma Dio. Sono i brani più sostenuti del disco ad essere i più popolari, “Time Machine” è la colonna sonora di “Fusi di testa” e farà capolino in scaletta anche negli anni successivi, mentre “TV Crimes” è un singolo che non ha perso un briciolo della sua energia a distanza di anni. E’ un dato di fatto che i riff sinistri di Toni Iommi non passino mai di moda  e “Dehumanizer” non fa eccezione, le dieci tracce che lo compongono sono ispirate e al passo con i tempi  regalando molteplici tonalità di nero. L’idillio durerà giusto il tempo di celebrare l’ultima edizione del Monsters Of Rock di spalla agli Iron Maiden in lungo e in largo per l’Europa. Un tour che chiuse simbolicamente un’era, col thrash sospinto ormai verso le masse, l’avvento imminente dei Pantera e la Vergine di Ferro che sparava le sue ultime cartucce con Bruce Dickinson. “Dehumanizer”  è forse l’ultimo disco di livello con il monicker dei Black Sabbath, da lì in avanti tutto si ridurrà a una guerra permanente fra management in nome degli ultimi diritti, che avrà come unico risultato innumerevoli giri di valzer dietro il microfono. La musica da passare ai posteri per quanto ci riguarda si ferma qui.





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