Black Sabbath
Born Again

1983, Vertigo
Hard Rock

"Vidi la copertina, e mi fece vomitare. Poi ascoltai il disco, e anche quello mi fece vomitare".

(Ian Gillan) 

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 22/07/16

Non aveva colpe il povero Steve "Krusher" Joule, futuro illustratore del magazine britannico "Kerrang!" che ai tempi lavorava per Black Sabbath e Ozzy Osbourne, lui si era limitato a consegnare un disegno fatto alla meno peggio senza riporvi grandi speranze. Toni Iommi invece lo adorò, pensando che rispecchiasse il tema del disco. "Born Again", nato di nuovo, appunto, anche se in verità i Black Sabbath non avevano mai cessato di vivere. Con "Mob Rules" si era chiusa la fase di rinnovamento vissuta con R.J. Dio e dopo che la solita guerra di ego aveva portato all'inevitabile split, Toni Iommi decise di correre ai ripari richiamando in formazione il batterista Bill Ward. Restava tuttavia il problema dellla voce: sostituire un'icona come Ozzy Osbourne era stato già un miracolo, ma sostituirne un'altra del calibro di Ronnie Dio era impresa impossibile. Il baffuto chitarrista non è però tipo da farsi intimidire e decise di giocare il carico aprendo le porte del Sabba Nero a Ian Gillan. Proprio lui, la voce di "In Rock" e "Machine Head". Sarebbe come se oggi Corey Taylor entrasse nei System Of A Down, o se Bruce Dickinson si unisse ai Judas Priest, ma c'è di più: lo iato fra le due band era storicamente ampissimo per tutta una serie di elementi facilmente immaginabili, e in questi casi si trattava di conciliare l'inconciliabile, l'attitudine rock n'roll di Ian Gillan al servizio di una band senza limiti né confini, contro il monolitismo e le atmosfere dei plumbei Black Sabbath. Commercialmente l'esperimento funzionò, dato che il disco raggiunse rapidamente i vertici della classifica inglese. Ma dopo oltre trent'anni cosa resta di questo lavoro?  

"Born Again" va preso per come appare, ossia un disco dei Black Sabbath con Ian Gillan alla voce. Punto. E' prodotto malissimo a dispetto della prestigiosa firma di Robin Black (i Pink Floyd di "Meddle", Paul McCartney e Jethro Tull, fra gli altri) e ha lo stesso effetto della salsa di nocciola nella zuppa di pesce: buoni gli ingredienti se presi separatamente, ma nel complesso immangiabile. Gillan affonda con i suoi chorus improponibili i riff interessanti di "Thrashed" e "Digital Bitch", e non è certo un caso che i brani migliori siano anche quelli in cui Iommi e soci mostrano il loro lato più cupo: "Disturbing The Priest" e "Zero The Hero" hanno infatti il piglio claustrofobico dei migliori Black Sabbath, mentre la title track avrebbe meritato senz'altro maggior fortuna se affrontata in maniera diversa. La scelta poi di presentarsi in tournée con un palco a forma di Stonehenge assume quasi i contorni di una farsa in stile Spinal Tap, sebbene in linea con le faraoniche produzioni dell'epoca.
 
Su tutto il resto calerà presto il velo dell'anonimato: Iommi peregrinerà ancora qualche anno prima di trovare la quadra, mentre Ian Gillan correrà in men che non si dica alla corte di Ritchie Blackmore per la reunion più pagata di sempre. Resta degno di nota solo l'assolo di "Keep It Warm" in chiusura di disco, un autentico pezzo di bravura ed ennesimo mirabile esempio della classe di Toni Iommi. Per il resto "Born Again" è il tentativo di rappresentare due mondi inconciliabili che partoriscono un ibrido, un freak, come quello appunto ritratto in copertina. Forse il disegnatore ci aveva visto davvero lungo.




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