In Flames
Battles

2016, Nuclear Blast
Alternative

Per la serie: quando pubblicare dischi diventa superfluo...
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 07/11/16

Nel gergo delle comunità virtuali, il flame è l'atto di scatenare una polemica attraverso un messaggio ostile e provocatorio. In un certo senso potremmo dire che gli In Flames hanno il destino scritto nel nome: recensire una nuova uscita degli svedesi equivale ad andare sul sicuro, se l’obbiettivo dichiarato è quello di una sana polemica. E' prassi infatti nei dibattiti che si scatenano ad ogni nuova uscita, vedere tirati in ballo dai fans i più disparati fattori, per lo più esterni alla musica suonata, tesi a giustificare la lenta, inesorabile deriva stilistica che caratterizza il sound degli svedesi da almeno un lustro (e anche questo potrebbe essere a pensarci bene, motivo di dibattito...). Ma del cambio di etichetta, del nuovo produttore, delle quote di songwriting e del cappellino di Anders Frìden, diciamolo fuori dai denti, a noi gente di marciapiede non può fregare di meno, perché la verità in casa In Flames è molto più semplice, nuda e cruda di come appaia. La strada del cambiamento coraggiosamente intrapresa anni orsono si è fatta via via sempre più lunga e dritta, e non sembra presentare spazi sufficienti per una qualsiasi inversione stilistica.
 
Se vent’anni fa vi avessero detto che gli In Flames avrebbero partorito una hit come “The Truth”, a suon di battimani e cori dell'Antoniano, avreste messo le mani addosso al vostro interlocutore o, nella migliore delle ipotesi, chiamato la neuro. Sarà che i cori dei bambini stanno sulle palle un po' a tutti, soprattutto se accompagnati a un insopportabile battimani, ma una roba del genere non si era mai sentita neppure alle peggiori edizioni dello Zecchino d’Oro. Queste ed altre sorprese ci regala “Battles” e il fatto che sia stato divulgato alla stampa con almeno due mesi di anticipo sulla data di uscita fa sospettare che l’intento non dichiarato fosse quello di prendere per sfinimento i recensori di turno. In ogni caso, noi di SpazioRock abbiamo pensato di autopunirci ascoltando il disco fino allo sfinimento per intere settimane. Non è stata una buona idea, in primis  perché l'umore ne ha risentito in maniera evidente, ma soprattutto perché il giudizio sul disco ci è parso da subito in tutta la sua evidenza.
 
Pubblicando dischi a cadenza regolare, gli In Flames puntano ad autoconvincersi di avere ancora l’ispirazione dalla propria parte, negando in qualche modo ciò che invece è evidente, ed è la stessa cosa che fanno i fans, come dicevamo all'inizio. La loro dodicesima release non è solo un disco oggettivamente brutto, non può esserlo perché alla band va riconosciuta professionalità nel produrre i dischi e altrettanta abilità nel saperli vendere: non è da tutti allargare la propria fan-base a fronte di una lunga sequenza di lavori inascoltabili e badate bene, non ne stiamo facendo una questione di genere. Se non siamo ai livelli di Totò che vende la Fontana di Trevi poco ci manca.
 
“Battles” non è soltanto un disco brutto: è un disco inutile, al pari dei suoi predecessori fino a “Come Clarity” escluso. La svolta stilistica portata avanti con gradualità è supportata solo in minima parte da brani vincenti. Ad essere benevoli si potrebbe salvare qualcosa: Anders Frìden sembra davvero avere fatto il salto di qualità per come si barcamena con melodie sempre più accattivanti e il nuovo batterista emerge dal piattume generale contro ogni pronostico grazie a partiture abbastanza inusuali. Se pensiamo che una volta tanto si riesce persino a sentire il basso in maniera nitida, allora ci troviamo davanti all’ennesima occasione sprecata. La rincorsa al refrain si è fatta più frenetica, le melodie più zuccherose e i ritmi clamorosamente rallentati, segno evidente della volontà di raggiungere un pubblico più ampio. Come se non bastasse, la mano del produttore Howard Benson si sente tutta e in negativo, fra inserti elettronici e arrangiamenti di dubbio gusto. Tutto il resto è piallato a dovere secondo la consueta formula alternative core, passateci il neologismo, a base di chitarre post maideniane, strofe sofferte e chorus strappamutande. Una formula che funziona abbastanza solo nel caso di “The End” (Benson deve essersi addormentato in console, mentre schiacciava il taso dei cori di bambini…), il resto sono solo sprazzi di ispirazione soffocati dalla necessità di modellare i pezzi secondo un un'unico schema dominante. 
 
Il teschio in copertina associato al titolo evidenzia in modo eloquente la confusione mentale che regna in casa degli infiammati, ma fino a quando continueranno a reggersi più che dignitosamente on stage e ad avere i numeri dalla loro parte, tutte queste elucubrazioni saranno come parole al vento. Non dite che non ve lo avevamo detto.




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