Tori Amos
Midwinter Graces

2009, Universal Republic
Indie

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 09/12/09

Allucinante, assurdo, shockante, terrificante. Molti altri aggettivi similari si possono accompagnare al fatto che l’album della tanto attesa ed agognata rinascita musicale della leggendaria cantautrice Tori Amos è, di fatto, questo “Midwinter Graces”, un cd che doveva nascere sotto il presupposto della classica rilettura delle carole natalizie da parte di un artista noto.

Innanzitutto: non sono solito auto-referenziarmi, ma prima di procedere con la lettura di questo articolo dovete necessariamente leggere la mia recensione dell’ultimo album di Tori Amos “Abnormally Attracted To Sin” per acquisire delle premesse fondamentali che, in questa sede, è impossibile riportare. Trovate l’articolo in questione qui.

Bene, ora che avete letto capirete anche voi la straordinarietà di tutto quello che sto per scrivere.

Per prima cosa: questo non è un album di carole natalizie, perlomeno non sono esclusivamente canzoni tradizionali, poiché la nostra Rossa ha partorito delle sue personali carole, per cui direi che una buona metà di questo album suona assolutamente originale. Le composizioni originali di Tori trasudano spirito invernale che trascende il Natale, ma le stesse canzoni della tradizione, attraverso la rilettura pagana ed estrosa dell’artista, subiscono un potente processo de-festivizzante, rendendo questo album un cd adatto all’ascolto, con le dovute precauzioni, anche durante periodi lontani dalle celebrazioni natalizie.

Secondariamente, suonano immediatamente all’orecchio due fatti che fanno sobbalzare sulla sedia, col cuore ricolmo di gioia: il marito-produttore Mark Hawley deve aver finalmente preso delle lezioni di produzione musicale (o acquistato adeguata strumentazione per lo studio casalingo della famiglia Amos situato in Cornovaglia). Risultato: questo album suona finalmente pieno, con ogni strumento enfatizzato nel modo giusto, e poiché Tori, per questo lavoro, non si è risparmiata nell’uso delle orchestrazioni, fa davvero piacere sentire esplodere il suono in faccia col dovuto impatto. L’altro fatto cui accennavo sopra è che Tori, probabilmente sentendo arrivare dalla cuffia dei suoni finalmente ben scanditi e non il solito impasto sonoro pasticciato che il marito era solito cucinare, ha deciso di tornare a cantare, ad esplorare tutto lo spettro della sua splendida voce, tanto che vi dico: una Tori così non la sentivate dai tempi di “From The Choirgirl Hotel”, credetemi!

Scusatemi, mi sono accorto di non avervi ancora descritto le canzoni di quest’album nel dettaglio; è solo che è davvero incontenibile la gioia di rivedere nascere un’artista amata visceralmente ed oramai data morta (artisticamente parlando) per sempre! Ad ogni modo, l’album riassume in sé tutti i lati musicali esplorati da Tori Amos nei suoi 20 anni di carriera, meno, se vogliamo, il lato più elettronico e Bjorkesco. Quindi, si ritroveranno canzoni pacate che ricordano le atmosfere di “Scarlet’s Walk”, con l’hammond che va ad abbracciarsi passionalmente col pianoforte (“Star Of Wonder”, “Jeanette, Isabella” e “Pink And Glitter”), piuttosto che atmosfere più rock ed acustiche (“Harps Of Gold”)… Ma è quando Tori decide di esplorare nuovamente, dopo tanti anni, il sinfonismo drammatico che questo album dona il meglio di sé. Basta ascoltare i due pezzi composti dalla nostra Dea, posti in chiusura dell’album, per avvertire picchi di un’intensità emotiva straordinaria e stordente: impossibile non commuoversi di fronte a quegli “You’re not there” su un crescendo di pizzicati ed archi che creano un vento melodioso nel ritornello di “Our New Year”, piuttosto che al pianoforte di “Winter’s Carol” che, finalmente, arriva a toccare le corde dell’animo dell’ascoltatore, dopo tanti, troppi, anni che questo non accadeva con la stessa convinzione.

Sono felice, felice per questo regalo inaspettato quanto meraviglioso di Tori Amos!
Per l’amor di Dio, non è un album privo di difetti, ha anche i suoi momenti di puro fastidio (come le atmosfere jazz davvero elementari e gratuite di “Pink And Glitter”), ma è indubbio che la speranza torna finalmente a serpeggiare in noi seguaci della Rossa.

Tori, voglio rivolgerti una preghiera: ora che sembra tu abbia ritrovato la retta via, ti supplico di non smarrirti di nuovo, prenditi tutto il tempo necessario per scrivere di nuovo emozioni, non semplice e sterile musica, e torna con un tuo album di inediti altrettanto convincente come questo “Midwinter Graces”. Non un album diluito di 75 minuti digeribile come una burrata fritta come sei solita fare ultimamente: non vedi che, come in questo caso, ne bastano 45 di minuti di musica, ma fatti bene e col cuore? Non puoi e non devi tradirci di nuovo, abbiamo sofferto sin troppo in questi ultimi dieci anni, non ce lo meritiamo. Comunque, davvero, Tori: grazie per questo splendido tesoro, lo custodirò gelosamente nella mia collezione.



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