Slipknot
All Hope Is Gone

2008, Roadrunner Records
Nu Metal

Recensione di Marco Somma - Pubblicata in data: 27/11/09

Che questi non siano gli Slipknot dell’omonimo album debutto e del suo ancor più duro successore “Iowa” nessuno lo mette in dubbio, ma sarà poi vero che ogni speranza è andata? A giudicare da quello che si sente dai nuovi pezzi dei nove di Des Moines si direbbe proprio di no. La speranza c’è ancora, in verità più di quanto non ci sia mai stata, bisogna solo fare un piccolo “salto di fede” per riuscire a coglierla ed esserne debitamente travolti.

Se il precedente “Subliminal Verses” apriva la strada ad inusuali assoli di chitarra e concessioni melodiche, “All Hope is Gone” segna un netto passaggio ad una fase artistica più evoluta. Le concessioni divengono elementi perfettamente integrati, gli assoli costruzioni ipnotiche pressoché onnipresenti e le linee vocali assumono una chiarezza senza precedenti, quasi a voler sottolineare che ogni dubbio su ciò che hanno da dire e come vogliono dirlo sia la sola cosa davvero scomparsa. Una certa influenza Stone Sour (side-project di Corey Taylor e James Root, rispettivamente voce e chitarra della band) aleggia e prende del tutto corpo qua e la, lungo gli oltre settanta minuti di disco, l’invenzione e l’incredibile spessore dei testi al quale ci avevano abituato lascia un po’ il posto a soluzioni già rodate e di sicuro effetto, ma i “difetti”, se così vogliamo chiamarli, finiscono qui. Il muro di suoni, doppio pedale e riff ai limiti del death metal, contrappunti vocali urlati e graffianti alternati a linee cantabili. Una sensazione di passione sanguinante e dolorosa, carni lacerate alla ricerca della fonte di malessere che stritola il cuore. Il potere evocativo non è solo invariato, va ben oltre ai precedenti.

Ma veniamo al disco. Superata l’inevitabile intro sempre e comunque di un certo effetto si passa all’apertura di “Gematria”, pezzo veloce ed incisivo che come primo assaggio non delude ma neppure sorprende. “Sulfur” è un perfetto esempio dalla complessità dell’album. Possente, melodica e travolgente, è difficile restare fermi. “Til you know that you won’t run away, There’s something inside me that feels, Like Breathing in Sulfur…”. “Psychosocial” e l’amara “Dead Memories” scorrono forse fin troppo facilmente lasciando il posto a “Vendetta” (che sa di resa dei conti nelle note e nelle liriche). Qui ritroviamo i nostri in un tempo sincopato con tanto di cori urlati, diviene subito una droga. Con una deriva febbrile, lenta e malata, si passa a “Gehenna”, che ritrova la passione delle maschere nella sua più ampia accezione. Si è raggiunto il pieno dell’opera, tornare indietro risulta impossibile ed è qui che capiamo che il disco funziona a dovere. “Wherein Lies Continue” pone in un solo pezzo tutti i cambiamenti, le fusioni e la crescita della band, mettendo insieme un ritornello orecchiabile (si orecchiabile e non è un insulto), linee serratissime e liriche che colgono di sorpresa: “Now I realize I’m stronger better more, we have to save ourselves”. “Snuff” fa il pari con "Vermillion" di "Vol. 3" ma solo in apparenza, ponendosi e rivolgendosi ad un livello ancora più umano. Con “All Hope is Gone” Taylor e compagni ci salutano ricordandoci con chi abbiamo a che fare… con un’unica lapidaria riflessione.

Disamina di generi e associazioni con nomi più o meno illustri, negli anni si sono sprecate. Nu metal, industrial, death, Slayer, Korn, Godflesh e altri ancora sono stati accostati alla band più o meno sensatamente. Oggi gli Slipknot sono più che mai loro stessi, liberi da confronti, con il loro stile e la loro evoluzione. E qui di evoluzione ce né da vendere. A partire dal come suonano fino ad arrivare alla vena di rivalsa nei testi, una rabbia a tratti costruttiva che contrasta con il nichilismo e le pulsioni imperanti delle lyrics del passato. Tutto questo in barba al titolo dell’album. Questi Slipknot sono nuovi, unici e potenti.





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