Mr. Big
Lean Into It

1991, Atlantic Records
Hard Rock

Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 18/11/09

Nella galassia dei gruppi degli anni ’80 i Mr. Big rappresentano sicuramente una delle stelle più luminose. Nascono verso la fine della decade dall’idea del funambolico bassista Billy Sheehan (in precedenza fattosi notare per la militanza nella band di David Lee Roth) che si unisce al cantante Eric Martin, già conosciuto per aver dato vita al progetto della Eric Martin Band, con la quale, però, non era riuscito mai a sfondare. Sheehan, per quanto riguarda la figura del chitarrista, pensò a Paul Gilbert, membro all’epoca dei losangelini Racer X, e arruolò Pat Torpey come batterista. Nel 1988 vengono fondati così i Mr. Big. un autentico supergruppo, composto da quattro artisti straordinari e tecnicamente impeccabili che influenzeranno una serie innumerevole di musicisti nel corso degli anni a seguire. Che la band non fosse solo una meteora lo si capì immediatamente; sforna un brano dietro l’altro e nel giro di un anno esce l’omonimo disco d’esordio. Il successo è istantaneo e in particolare in Giappone diventano dei veri e propri idoli; qui per soddisfare le pressanti richieste dei fan venne pubblicato un mini album live registrato durante il tour di supporto ai Rush.


Nel 1991 prende forma “Lean Into It”, seconda fatica della band, che li consacrerà e consegnerà di diritto all’olimpo dove solo i più grandi possono accedere. Un album praticamente perfetto, senza passaggi a vuoto, con uno stile che unisce rock e blues ad una raffinatezza fuori dal comune. Sia a livello compositivo che esecutivo il lavoro finale risulta essere di pregevole fattura, con una menzione particolare anche per la felice scelta dei suoni adottati. Martin dimostra di essere un cantante di primissimo livello, dalla voce leggermente graffiante e nel contempo molto profonda (in particolare nei brani più lenti), Sheehan e Gilbert sono delle macchine perfette dalla tecnica sopraffina e Torpey garantisce al tutto una certa solidità. Nonostante non ci sia una seconda chitarra o una tastiera in gruppo il sound non presenta dei vuoti ed è anzi molto ricco grazie al grande lavoro di Sheehan. Passando alla rassegna dei brani, si parte con l’esplosiva “Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song)”, celeberrima per l’uso del trapano con i plettri applicati sulla punta durante l’assolo e diventata una delle canzoni più famose della band. “Alive And Kickin’” è invece più blueseggiante e cadenzata nella fase iniziale con un crescendo dall’ interlude pre-solo in poi (difficile non essere coinvolti dal ritmo…). Un magnifico intro di Gilbert apre “Green-Tinted Sixties Mind” brano soft rock dal ritornello melodico e un po’ malinconico, che  fu il secondo singolo estratto dall’album e stranamente non ebbe il successo sperato (e meritato). Ottima “CDFF-Lucky This Time” in cui è la melodia del bridge seguito dal ritornello a farla da padrone. Molto ritmata e accattivante “Voodoo Kiss”, stesso discorso per “Never Say Never” che però risulta essere un po’ più debole. Si arriva così alla prima vera ballad del disco: “Just Take My Heart” è introdotta da una perla del guitar hero Gilbert e si snoda poi sulle bellissime note di una canzone che narra di un amore ormai perduto per sempre. “My Kinda Woman” è un altro pezzo riuscito che sarà curiosamente ripreso dai Racer X (dopo il ritorno di Gilbert) in “Mad At The World”, contenuta in “Superheroes” del 2001. Il gran finale dell’album inizia con “A Little Too Loose”, brano cupo con un groove trascinante in cui la linea vocale segue quella di basso e chitarra. In “Road To Ruin” anche gli strumentisti danno sfoggio di spiccate capacità canore intonando alla perfezione ogni ritornello in coro in un pezzo molto ritmato e coinvolgente. Infine è la volta della ciliegina sulla torta; primo singolo estratto che ha dominato le classifiche di molti paesi “To Be With You” è la seconda ballad. Una canzone totalmente acustica eseguita magistralmente, diventata un po’ l’inno dei Mr. Big e di sicuro il loro pezzo più famoso.


A proposito di questo ci terrei a fare un piccolo inciso. Purtroppo la popolarità di questa canzone ha fatto si che la gente la associ come brano unico e definitivo stampato sulla fronte dei quattro statunitensi. Un po’ quello che è successo agli Extreme con “More Than Words” e ai Warrant con “Cherry Pie”. Mi piacerebbe che si riuscisse ad andare oltre e a guardare e ascoltare soprattutto cosa ha fatto di buono questo gruppo (e il discorso lo estendo indiscriminatamente anche per gli altri due gruppi citati sopra). Molto più di una sola canzone, seppur ottima.
Una curiosità in chiusura: la copertina di “Lean Into It” rappresenta una fotografia dell’incidente alla Gare Montparnasse, una delle stazioni ferroviarie di Parigi, nel 1895, in cui una locomotiva deragliò sfondando la facciata e andando a finire nella piazza antistante l’edificio.





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