Kiss
Sonic Boom

2009, Roadrunner Records
Hard Rock

Undici anni di silenzio e poi... è ancora Rock!
Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 06/10/09

Attacca la chitarra a un cazzo di Marshall e suona”. L’esclamazione laconica di Paul Stanley fa sorridere, vero, ma riesce perfettamente a sintetizzare l’indole di un intero disco, “Sonic Boom”, nato undici lunghissimi anni dopo “Psyco Circus” e subentrato a una raffica di DVD, raccolte, materiale per collezionisti e decine e decine di goodies che non hanno fatto altro che aumentare le aspettative per un album di soli inediti. Desideravate il diciannovesimo disco in studio e finalmente potete regalarvelo in un’edizione che, oltre ai nuovi brani (undici), propone un greatest hits di pezzi ri-registrati per l’occasione e un DVD filmato in Argentina durante il recente tour Kiss Alive 35. “You wanted the best, you got the best!", ma non sempre.


Scritto e registrato in soli quattro mesi, “Sonic Boom” non è, a parere di chi scrive, il grande classico che ci si poteva attendere dopo undici anni di silenzio bensì un lavoro discreto e piuttosto divertente, i cui brani si avvalgono di quell’immediatezza melodica marchio di fabbrica sin dal 1972 ma che risentono, in più di un caso, della mancanza di cura e di spessore.


Andiamo con ordine. La partenza non è proprio di quelle esaltanti anzi, “Modern Day Delilah”, che a detta degli stessi Kiss da un’idea del livello complessivo dell’album, arranca proprio dove il gruppo americano raramente ha fallito in passato, nel ritornello, anche se il pezzo a dire il vero è l’unico che beneficia di un fattore novità nella sua costruzione. Poco male, “Russian Roulette” e “Never Enough” mostrano coerenza all’immagine che i Kiss si sono costruiti in 35 anni di storia e ridonano vita al rock & roll spensierato, adempiendo egregiamente alla missione prestabilita. Chitarra elettrica protagonista con riff & assoli ispirati e refrain tutto da cantare. L’approccio di “Yes I Know”, di “Stand” e di “Hot & Cold” è rigoroso, quasi accademico, gli “Oh Yeah” di Paul e di Gene si sprecano e il disco diventa, come si poteva supporre, una sorta di biografia auto-referenziale che siamo certi delizierà milioni e milioni di discepoli. Avanti ad oltranza con “All The Glory”, “Danger Us” e “I’m An Animal” e alla formula consolidata che nonostante tutto conferisce vitalità ad un gruppo che chiude in grande stile con “When Lightning Strikes” e con “Say Yeah”, quest’ultima vero e proprio compendio di quasi quarant’anni di Rock.


Ciò che sembra essere immune alla prova del tempo, di fatto non lo è. I Kiss hanno accolto le preghiere dei fan componendo, producendo e pubblicando in pochi mesi un lavoro tutto sommato efficace, pragmatico. Da lì a considerarlo un capolavoro, però, ce ne passa. Riscuoterà successi, consensi e attenzioni da ogni parte del globo, ma se va giudicato esclusivamente per la qualità della musica proposta riuscendo a non farsi abbindolare dal marchio apposto sulla confezione, converrete che si poteva fare di più e meglio. Li aspettiamo in tour.





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