Paradise Lost
Tragic Idol

2012, Century Media
Gothic

Un simulacro pagano che, tragicamente, svolge la sua funzione
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 23/04/12

Sibillinamente, come Cassandra concludevo la recensione di “Faith Divides Us - Death Unites Us”, poco più di due anni or sono, affermando che il prossimo passo discografico sul percorso circolare evolutivo/involutivo dei Paradise Lost sarebbe stato un nuovo “Draconian Times”. Cominciamo col dire che la profezia si è solo parzialmente avverata: “Tragic Idol”, tredicesimo album in studio dei maestri indiscussi del gothic metal, riprende sì da “Draconian Times” il senso di essenzialità delle melodie, ma anziché giocarla sull’emozione, preferisce andare di petto contro una muraglia vertiginosa di impatto sonoro.

L’opera, difatti, risulta la più heavy mai partorita dal combo britannico da molti eoni a questa parte, e non in senso doom come nell’inciso precedente, quanto proprio nel sembrare disco solista di Greg Mackintosh, da tanto le chitarre sono protagoniste assolute di tutte le composizioni. Solo una sparuta tastiera detta il tempo della desolazione sull’incipit di “Solitary One”, ponte di collegamento ideale tra il passato recente più atmosferico della band ed un presente di quelli sferzanti, dove una certa asciuttezza del thrash si accompagna il senso di tragedia del gothic, producendo episodi epici (“To The Darkness”, “The Glorious End”), oscuramente moonspelliani (“Theories From Another World”), oppure quel paio di tipiche gemme sanguinanti una pura dannazione come solo i Paradise Lost sanno magistralmente raffinare (“Crucify” e “In This We Dwell”).

Ciò detto, i problemi del disco sono molteplici. Al di là dell’altalenanza del songwriting che, da “One Second” in poi, ha sempre colpito – con dosi ovviamente variabili – tutti gli incisi a firma Paradise Lost, questo “Tragic Idol” “puzza” in modo particolare di estremo manierismo. Come se volesse compiacere a tutti i costi un certo tipo di pubblico (quello metallaro), senza osare in soluzioni nuove, ma giocando con i soliti trucchi che la premiata ditta Mackintosh & Holmes propongono con estrema efficacia da oltre un ventennio. Inoltre, la sottrazione di elementi corposi in sede di arrangiamento (orchestrazioni, tastiere e affini) ha tolto molte sfumature emotive alla musica dei Paradise Lost, risultandone in un disco che, paradossalmente, anziché rivelare la vera anima della band, ne diviene quasi un simulacro pagano, una copia sbiadita che potrà far sì la felicità dei nostalgici (metallari), ma i Paradise Lost sono band di maestri assoluti che possono e devono saper guardare oltre, facendo precipitare in un baratro di triste desolazione una gran fetta di ascoltatori, com’è giusto che sia.

Ciò detto, la classe è assolutamente avvertibile anche in questo nuovo sigillo discografico, i fan possono dormire sonni inquietamente tranquilli, certi che i loro beniamini il proprio mestiere ancora lo sanno fare bene. Tutti gli altri, invece, nello scorrere il dito sulle coste dei dischi dei Paradise Lost (qui si è ancora alla vecchia, potete comunque anche vedere il dito che scorre sulle rondelle dei lettori mp3), difficilmente, col tempo, torneranno con insistenza a scegliere questo “idolo” che tenta “tragicamente” di emulare lo spirito di una band che ha detto decisamente di più e sicuramente meglio nel corso degli anni. 




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