Theatre Of Tragedy
Forever Is The World

2009, AFM Records
Gothic

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 19/09/09

Quando il gothic metal emanava i suoi primi bagliori, loro erano fonte di luce e d’ispirazione. I primi 3 album targati Theatre Of Tragedy hanno contribuito a dettare quei canoni che centinaia di altre band avrebbero seguito negli anni a venire e, forse anche per questo, restano tutt’oggi tra i più autorevoli lasciti di questa corrente musicale. Tutto ciò che oggigiorno viene considerato gothic metal, sostanzialmente, deve fare i conti con i primi Theatre Of Tragedy. Nella seconda metà degli anni ’90 la band norvegese aveva il vento in poppa: “Aégis”, il suo terzo pargolo, venne salutato come uno dei migliori dischi con voce femminile di tutti i tempi. Poi l’inaspettata svolta elettronica, il naufragio, il brusco licenziamento della cantante Liv Kristine, la lenta risalita…“Storm”, l’ultimo mezzo-errore della loro carriera, li ha definitivamente convinti a tornare sui propri passi.


Lasciate per sempre alle spalle le tentazioni industriali, i Nostri decidono di pubblicare un disco, “Forever Is The World”, che riassuma tutte le fasi del loro percorso musicale: dagli oscuri esordi doom, passando per il morboso romanticismo di “Velvet Darkness They Fear” e la misteriosità senza tempo di “Aégis”, per approdare al carattere spavaldo e sperimentale dei famigerati dischi della svolta ed alla modernità di “Storm”. Nel testimoniare l’intento dei Theatre Of Tragedy gioca un ruolo fondamentale l’artwork, che racchiude in sé una serie di elementi tratti rispettivamente da ciascuna delle copertine dei loro precedenti lavori; a voi il compito di scovarli uno per uno! Fatta questa premessa, mi preme rassicurare sia i sostenitori del vecchio, che quelli del nuovo corso (impersonato dall’algida figura di Nell Sigland, nuova vocalist del gruppo dai tempi della cacciata di Liv Kristine): questo è un album che accontenterà praticamente chiunque!


Gli intenti del settimo full length di Raymond István Rohonyi e soci appaiono già chiari ascoltando l’opener “Hide And Seek”: uno spettrale pianoforte e minacciosi suoni di chitarra e basso, accompagnati da una batteria monolitica e cadenzata, introducono una strofa completamente affidata alle arcigne growling vocals del frontman, una soluzione rimasta inutilizzata dai Nostri per lungo tempo. Le chitarre s’infuocano in un ritornello cantato dalla squillante voce di Nell, la quale tinge di malinconia il brano che molti fan della prima ora stavano chiamando a gran voce. I pezzi successivi, contraddistinti da chitarre sempre più granitiche, dalle tastiere di Lorentz Aspen (vero asso nella manica del combo di Stavanger) e da delicati tripudi di archi (stupendo il finale di “A Nine Days Wonder”), esaltano, invece, il lato più romantico dei Nostri. Come ricordarsi del passato senza dimenticarsi del presente…


La voce di Nell, in questo disco, appare decisamente in forma e si adatta alla perfezione al mood etereo e sognante, talvolta notturno, delle canzoni. “Hollow”, un piccolo gioiello che sembra risalire all’epoca di “Velvet Darkness They Fear”, “Astray”, forse l’episodio più fluido ed electro-oriented del disco, attraggono l’attenzione dell’ascoltatore, come se fossero un potente magnete. Provate, poi, a resistere alla seducente oscurità di “Frozen”, alle tonalità dannatamente dark di “Illusions”, alla spensieratezza velata di “Deadland”, al pianto disperato racchiuso in “Forever Is The World”: sarà praticamente impossibile.


Purtroppo, risulta alquanto difficile trovare anche un solo elemento innovativo in quest’opera, ma è doveroso ammettere che ogni singolo episodio del disco è indice di una personalità lampante, di un estro che al giorno d’oggi possiedono veramente in pochi. “Forever Is The World” piace proprio perché si dimostra coerente con un’intera tradizione musicale, richiamandone i fasti, ma senza mai snaturarla. Questi ritornelli rivestiti di dolore, queste note passionali, ancora una volta, saranno la colonna sonora delle vostre ore più oscure…





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