Marilyn Manson
The High End Of Low

2009, Interscope Records
Allternative Rock

Un disco che ci regala l'immagine di un Reverendo voglioso di nuove sfide, ma con poche idee.
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 27/05/09

"Povero diavolo, che pena mi fa". Lo so benissimo che iniziare con uno dei versi più famosi della canzone italiana l'analisi del nuovo album del Reverendo, può sembrare improprio, ma non sono riuscito a pensare ad altro, dopo aver ascoltato il settimo lavoro di Marilyn Manson, questo “The High End Of Low”.

Forse “pena” è un termine un po' esagerato, e un più conciliante “compassione” rispecchia più il mio pensiero, però la citazione è calzante. Il “povero” Marilyn infatti sembra non passarsela benissimo, sia a livello personale che strettamente professionale. Se il gossip ci racconta di liti e riconciliazioni con al lolita Evan Rachel Wood (di cui ci importa poco), l'orecchio ci mostra un artista ormai imbolsito, che pare abbia capito il tonfo raggiunto con il precedente “Eat Me, Drink Me”, e provato a salvare capra e cavoli con la nuova fatica. Il ritorno di Twiggy Ramirez, storico bassista sin dai tempi degli esordi, va letto in quest'ottica, riportando la musica almeno a un livello dignitoso, con il suo stile ben riconoscibile sin dalle prime battute.

“The High End of Low” stempera il substrato industrial di Manson con un rock essenziale, concreto e senza troppi orpelli, che dona maggiore spessore al disco, oltre a una patina di malinconia e sentimenti dimessi. Operazione riuscita solo in parte: se da un lato il livello si è alzato, dopo “Eat Me, Drink Me”, dall'altra il presente non è paragonabile alle migliori produzioni del Reverendo. Una serie di continui richiami a brani storici, continui dejavù, soluzioni ormai ben conosciute dai fan di Manson, riproposte pedissequamente senza troppi aggiustamenti. Un esempio su tutti l'impronunciabile “Arma-Goddamn-Motherfuckin-Geddon”, fin troppo sui binari della celeberrima “The Beautiful People”. Però in mezzo a tutto questo, qualche bel colpo d'ala i nostri la danno, e lo fanno sorprendentemente nei brani più calmi e dilatati, come in “Four Rusted Horses”, a metà strada tra blues e campionamenti industrial, nella struggente ballad “Running To The Edge Of The World” o in “Into The Fire”, un pezzo di gran classe, che strizza pure l'occhio a un certo sound pop/rock alla Oasis (l'assolo finale pare uscire diritto da un disco dei fratelli Galalgher). Un piccolo capolavoro l'ottava “I Want To Kill You Like They Do In The Movies”, lunga canzone, giocata sul filo dell'introspezione, con un unico riff ripetuto allo sfinimento, ma condito di volta in volta con efficacia, in modo da trascorrere facilmente i nove minuti, accompagnati dalla voce di Marilyn, davvero graffiante ed espressiva, come nella piacevole “WOW”, teatro di arrangiamenti elettronici di buonissimo gusto.

Un disco di luci e ombre, che ci regala l'immagine di un Reverendo voglioso di nuove sfide, ma con poche idee da mettere in gioco. Peccato perché quando la macchina funziona, il risultato non è affatto spiacevole, anzi, il problema è che sulla lunga distanza, non mancano giri a vuoto.



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