Iron Savior
Megatropolis

2007, Dockyard 1
Heavy Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 09/04/09

Piet Sielck è un personaggio celebre e stimato nella scena heavy metal europea, un uomo che incarna lo spirito del metallaro vero. Gli Iron Savior, si sa, sono una creatura generata a sua immagine e somiglianza; un nome che resiste nel tempo e che si mantiene vivo e attivo senza patire il logorio degli anni.
Torniamo a Piet e ricapitoliamo: protagonista negli Iron Savior, protagonista nei Savage Circus e business man con l’operosa e, a quanto pare, redditizia Dockyard1. Una vita nel metal, una vita per l’heavy metal.

"Megatropolis" è il settimo disco della formazione teutonica, album che mi sento di racchiudere nella trilogia che ha inizio con l’esaltante Condition Red e che si protrae per mano dell’ispirato Battering Ram.

Perché si parla di trilogia?

Il colpo di fortuna, paradossalmente, è rappresentato dall’abbandono di Mr. Kai Hansen al termine dell’anno 2001, poco dopo la pubblicazione del deludente Dark Assault, situazione che ha permesso a Kai di dedicarsi esclusivamente ai Gamma Ray e a Piet di potersi esprimere al meglio senza dover tenere conto di un personaggio troppo influente e forse ingombrante in un gruppo che non prevedeva due (peraltro molto diversi sul piano artistico) primi attori.

IL DISCO
Megatropolis, come anticipato, si focalizza sui concetti espressi dai suoi predecessori e mantiene inalterato il livello di efficacia, resa sonora e freschezza compositiva. L’essenza del suono scelto per questo e per gli altri dischi consiste, e non è un mistero, nella prestanza e nella veemenza della sezione ritmica, esaltata, ancora una volta, da una produzione gagliarda.
Sound esemplificato dall’opener Running Riot e rafforzato dalla splendida The Omega Man, traccia che “sfonda” grazie all’efficacia delle sue aperture melodiche “griffate” dal proverbiale impeto di Piet Sielck al microfono (gli anni passano anche per lui, e si sente). Come sempre evocativi i cori.
Sulla stessa linea si collocano Flesh, brano la cui potenza è garantita dagli effetti sonori (leggasi esplosioni continue) sparpagliati qua e la, e Megatropolis, consacrazione dello “spirito ruggente” di una band in discreta forma.
E’ la fase centrale che regala i momenti migliori, esclusa la già discussa The Omega Man. All’interno di Cybernetic Queen e di Cyber Hero, infatti, ci sono tutta l’intensità, tutta la ferocia e tutta l’energia che gli Iron Savior hanno manifestato nel corso della loro carriera decennale.
Da registrare un piccolo calo di tensione nelle fasi finali, dove si intravede una proposta leggermente più compassata, Still I Believe e Farewell and Goodbye, ma coerente con la fisionomia del songwriting di Piet. Promosso a pieni voti l’ex batterista dei Gamma Ray, Thomas Nack: una vera furia.

D’accordo, non stiamo parlando del masterpiece dei tedeschi. Megatropolis è un album prevedibile e poco vario ma è soprattutto un disco immediato ed esaltante; mai al di sotto delle aspettative (non certo alte) e formalmente esente da riempitivi o da filler nella scaletta. Piet Sielck (intervista) dimostra, ancora una volta che, per “lanciare” sul mercato un disco valido basta concentrare i propri sforzi su una formula rodata nel tempo, senza stravolgimenti, tenendo presente i limiti che il gruppo non deve e non può travalicare. Se conoscete gli Iron Savior e apprezzate i dischi menzionati ad inizio recensione non c'è alcun motivo per dubitare di Megatropolis: mettete nel carrello e passate alla cassa. Headbanging garantito.



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