Jimi Hendrix
Live At Woodstock

1999, MCA
Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 29/04/09

Un proposito: non voglio addentrarmi troppo nel Personaggio in questione, di cui tutto è già stato detto, scritto, dissezionato; né nell’Evento a sfondo a questo live, di cui di cui tutto è già stato detto, scritto, dissezionato. Hendrix e Woodstock sono due enormi feticci di un momento sociale importante; Hendrix a Woodstock è stato un evento musicale unico e meravigliosamente isolato, immortalato da registrazioni audio e filmati integrali di ottima fattura. Un episodio che vive in splendida solitudine, un fossile senza storia evolutiva. Non è “il migliore live” della storia rock (chiedere a Who,  Allman Brothers più un’altra dozzina di artisti); non è forse neanche tra i primi cinque se vogliamo divertirci a fare classifiche. Poco importa. Della scaletta proposta, un ascoltatore moderno mediamente distratto non conosce neanche una canzone. Tutti sappiamo chi erano i Beatles e conosciamo anche i titoli di qualche loro brano : Obladì Obladà, Yellow Submarine, Yesterday (chi non conosce Yesterday, magari non la musica, ma il titolo lo sappiamo tutti, un po’ come succede con le preghiere). Tutti conosciamo Hendrix, sì, ma di nome: provate ad andare in giro a domandare i titoli delle sue canzoni di maggior successo, più o meno vi sentirete rispondere così: <<…dunque…Ehi John…ehm,… Purple Rain … no, no quello era Prince…>>. Curioso; si potrebbe chiamare questa amnesia “Effetto Hendrix”. 

Ma veniamo al live. Per ogni riferimento visivo dell’evento vi rimando alla puntata dei Simpsons dal titolo: Mamma Simpson (oltre che, naturalmente, al video ufficiale dell’esibizione). La mattina di lunedi 18 agosto, “anno domini” 1969, in ritardo di una decina di ore, Jimi Hendrix guadagna il palco di Woodstock, ultimo, per sua scelta, di 32 artisti che si erano esibiti a partire dal pomeriggio del giorno di Ferragosto. Era un giorno feriale e dopo il diluvio del giorno prima molti spettatori erano già sulla via di casa.

Prima di lui si erano esibiti gli Sha-na-na, ma del resto Hendrix nel 1967 aveva già aperto un cocerto dei Monkeys (che suonavano in playback) e quindi…
L’abbigliamento di Hendrix pare uscito da un poster del Fillmore disegnato da Rick Griffin: fascia cremisi tra i capelli, camicia candida con frappe azzurre fino alle ginocchia, jeans celesti a zampa (bellissimi), medaglione rotondo di ametista verde al collo, Fender bianco latte con tracolla in stile Sioux. Fu presentato come “The Jimi Hendrix Experience”; il chitarrista, che aveva sciolto l’Experience qualche mese prima, ricordò pacatamente che in realtà era stanco di quel gruppo e la formazione che avrebbe suonato portava il nome di Gypsy Sun & Rainbows. Lineup dei Gypsy Sun: Mitch Mitchell alla batteria (una garanzia); due percussionisti, Juma Sultan e Jerry Velez; ovviamente Hendrix; Lerry Lee alla chitarra ritmica (un bel coraggio!); Billy Cox al basso. Ma avrebbero potuto suonare anche i Berliner Philharmoniker perché la Fender del leader era ad un volume tale che non si sarebbe sentito nient’altro per le due ore del concerto.

A parte gli scherzi, quello che cerco di dire è che la magia di Woodstock è stata proprio questo essere sospeso tra l’improvvisazione collettiva, l’incertezza di ciò che sarebbe successo il giorno dopo e la meraviglia,  lo stupore che, alla fine, era filato tutto liscio. Lo stesso Hendrix viveva nel ’69 una fase di transizione tra l’Experience degli esordi e la Band Of Gypsys del futuro, teso com’era a formare un gruppo rock “All Blacks” che potesse confrontarsi, musicalmente, con il nuovo jazz elettrico del vate Miles Davies e, politicamente, con movimenti come le “Black Panther”. Da questa unione di incertezze e sospensioni, di tentavi ed errori, non può che nascere un evento unico, non riproducibile, senza eredi e senza storia propria, srotolato costantemente sul filo dell’ attimo presente in un flusso di energia (elettrica) purissima e ineguagliabile. Jimi risolve lo show con il volume deflagrante della chitarra e con masse di feedback, distorsioni, il suo inconfondibile uso ritmico del wha-wha, riversati a catinelle e senza un attimo di sosta. Ogni brano è espanso, deformato e deformabile come un pezzo di creta bagnata, rivisto, risuonato e reinterpretato fino a cavarne fuori tutto il possibile: rimangono solo i gusci ritmici e, qua e là, le parole dei testi. Due anni dopo Vincebus Eruptum dei Blue Cheer è ormai chiaro che noise e stoner sono, di fatto, generi già codificati. Il tutto è completato dalla voce svogliata e distratta del chitarrista e dalla grande prova di Mitchell, un batterista troppo sottovalutato.

Nella scaletta non manca nulla: i riffoni di "Foxy Lady" e "Purple Haze", la velocità di "Fire", gli standard blues ("Hear My Train a Comin’", "Red House" qui vere e proprie maratone in 12 battute), le jam pure ("Jam Back At The House", "Woodstock Improvisation"). Il suono è molto live e non sempre buono, ma chi se ne importa. Come al solito bellissimi: il vibrato e il tremolo, specie nelle corde basse, l’uso del feedback e del rumore come elemento puramente musicale (vedi l’intro di "Foxy Lady"), il timbro della Stratocaster che si riconosce tra mille; e poi chiaramente la fantasia e la voglia di esplorazione negli assoli. Un Hendrix in forma, in una performance non così inaspettata e oltraggiosa come quella di Monterey due anni prima, ma comunque ottima. Il cui cuore sono i 13 minuti di "Voodoo Child (Slight Return)", un brano di cui tutti dovremmo conoscere almeno il titolo, come Yesterday; buono qui anche il basso di Cox con quel giro discendente che supporta bene le escursioni del chitarrista ormai fuori orbita. E qui il chitarrista aggancia al pezzo i 3 minuti forse più sacri, idolatrati e oltraggiosi del rock dell’epoca: "Star Spangled Banner", ovvero l’inno U.S.A. secondo la chitarra di Seattle: rumore, bordate elettriche ed esplosioni di bombe che portano l’eco del Vietnam sul palco di Woodstock e nella testa degli americani nel modo più efficace, antiretorico e sincero: anni di sit-in e canzoni di protesta spazzati via e resi obsoleti. Un “must”, imitato, clonato, ricostruito programmaticamente laddove l’originale era solo una geniale intuizione improvvisata sugli accordi finali di Voodo Child, a chiusura del concerto e del raduno. Seguono i bis e si chiude con una "Hey Joe" trasfigurata e aggressiva. Il tutto è un pezzo di storia popolare su doppio CD. Accanto a questi classici compaiono anche brani che costituiranno il repertorio della futura Band of Gypsys (Hendrix, Cox e Buddy Miles alla batteria): "Izabella", "Lover man", "Message of Love", già in questo live traspirano una nuova energia funky e RnB piuttosto che il rock n’ roll e la psichedelica degli inizi; una transizione questa che sarà favorita dal background della nuova sezione ritmica; accordi di chitarra secchi e martellanti, batteria tribale, in generale un sound che guarda più a Sly Stone (a Woodstock con la Family la notte precedente) che non ai Cream.

Questa performance, più per l’impatto visivo e simbolico (dell’inno in modo particolare) che non per l’aspetto meramente musicale, eleva Hendrix allo stato di icona vivente di ciò che allora era di moda chiamare contro-cultura. L’evento ebbe eco planetario e Jimi ne trasse il massimo; assieme all’esibizione di Monterey, questo fu il picco della popolarità del chitarrista. Fu vera gloria? La discografia di Hendrix è la più intricata della musica moderna; il personaggio Hendrix è uno dei più semplici: il più grande chitarrista di questo sistema planetario. Che però va conosciuto per ciò che ci ha lasciato, non solo per un nome o solo per un’ etichetta.


Lineup

Mitch Mitchell: batteria
Juma Sultan: percussioni
Jerry Velez: percussioni
Jimi Hendrix: chitarra solista, voce
Lerry Lee: chitarra ritmica
Billy Cox: Basso



CD1

01. Introduction  
02. Message to Love  
03. Hear My Train a Comin'  
04. Spanish Castle Magic  
05. Red House  
06. Lover Man  
07. Foxy Lady  
08. Jam Back at the House

CD2

09. Izabella  
10. Fire                               
11. Voodoo Child (Slight Return)  
12. The Star Spangled Banner  
13. Purple Haze  
14. Woodstock Improvisation  
15. Villanova Junction  
16. Hey Joe  

Intervista
Steven Wilson: Steven Wilson

Speciale
PREMIERE: ascolta "Novacaine" il nuovo singolo dei 10 Years

Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Gutter Ballet" interpretata dai Cryptex

LiveReport
Wacken Open Air 2017 - Wacken 03/08/17

Recensione
Judas Priest - Sin After Sin

Speciale
Le Sirene dei Nightwish