36 Crazyfists
Time And Trauma

2015, Spinefarm Records
Metalcore

Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 05/03/15

Luglio 2011: tramite un comunicato stampa i 36 Crazyfists annullano il tour europeo previsto per l'autunno perché un membro della famiglia del cantante, Brock Lindow, non versa in buone condizioni di salute. Qualche mese dopo, già nel 2012, un altro annuncio scuote la fan-base del gruppo proveniente dall'Alaska: Thomas Noonan, storico batterista della band, abbandona i suoi compagni per dedicarsi alla carriera di disegnatore. Nell'arco di questi mesi, privi di segnali di vita sui social o sui portali rock/metal a stelle e strisce, nel mio cervello di fan boy si fa strada insidiosa l'idea che per gli amati pugni pazzi sia arrivata la fine, mentre il mio cuore si tiene pronto a frantumarsi in (36...) pezzi.

E invece... Appaiono timidi segni di ripresa un paio d'anni fa, quando i ragazzi tornano a suonare dal  vivo e propongono un nuovo pezzo, facendo ben sperare per una release futura. Nel frattempo la malattia ha riscosso il suo tributo: Brock ha perso sua madre, stessa sorte capitata al bassista Mick Whitney, che nel frattempo è rientrato nel gruppo dopo una pausa di quattro anni. Per completare la formazione è stato reclutato il giovin Kyle Baltus dietro alle pelli, mentre il signor Steve Holt è sempre lì alla chitarra. E così, dopo cinque anni dall'ultimo lavoro in studio – il buono ma non eccezionale “Collisions And Castaways” – finalmente possiamo mettere le mani su un nuovo album targato 36 Crazyfists, intitolato non a caso “Time And Trauma”. Il tempo, che allevia le ferite senza mai curarle del tutto, e il trauma, malcelato dietro alle perdite, sono infatti i protagonisti dei pezzi e delle lyrics del disco, un prodotto quanto mai genuino, diretto e fatto veramente col cuore.   

“Vanish” e “11.24.11” (data alquanto significativa per Lindow) ci introducono nel cammino bilanciando come da tradizione potenza e melodia, passione e malinconia; mentre è già con “Sorrow sings”, e in particolare con il riff della strofa e il sofferto cantato, che ci troviamo catapultati nella macchina del tempo, fino alle atmosfere di “Bitterness The Star”, il disco d'esordio che aveva messo il gruppo sulla mappa della musica alternativa. Il mood dell'album è piuttosto oscuro, come è lecito aspettarsi dati gli eventi che hanno precorso la sua gestazione, ma spiragli di luce in fondo al tunnel si intravedono grazie ai clamorosi refrain di pezzi quali la title track, il primo singolo “Also am I” e l'anthemica “Swing the noose”, già candidata al titolo di canzone dell'anno. Un trittico di pezzi in cui soffia forte, ancora una volta, il piacevole vento dei vecchi dischi, con richiami più o meno evidenti a quel capolavoro che risponde al nome di “A Snow Capped Romance”.

È chiaro come i 36 Crazyfists abbiano fatto il più classico dei passi indietro, solo per farne due in avanti: gli ultimi due dischi avevano visto un'importante virata verso il metalcore più classico (per intenderci, quello vicino a Killswitch Engage e As I Lay Dying), con una forma canzone più compatta, con riff portanti a pivot, tipici del genere, e con un'alternanza quasi matematica di scream e clean. Ne erano usciti appunto due album tutto sommato buoni, con alcuni pezzi decisamente sopra la media, ma che nel complesso avevano snaturato il sound dei nostri amici alaskani. Ben vengano allora il parziale ritorno al passato, la freschezza compositiva e soprattutto la ritrovata vena melodica che aveva da sempre distinto la band dalla massa metalcore statunitense; ben vengano un pezzo come “Silencer”, tra i più spinti del disco, che picchia senza cadere nel manierismo, e un altro come “Marrow”, a suo modo delicato e melodico (qui la voce di Lindow è accompagnata da quella della collega Stephanie Plate), che chiude il disco nel migliore dei modi.

I conti alla fine sono presto fatti: questo è un disco per i fan più fedeli, visto il ritorno alle sonorità del glorioso passato, ma è in particolare un disco per gli stessi componenti del gruppo, per guardare nello specchietto retrovisore in modo da esorcizzare i demoni e ricordare le persone care, per cercare di nuovo qualcosa in cui credere (“If you were looking for something to believe, also am I”), per affrontare la vita e i suoi risvolti con tutta quell'energia sincera che solo suonare in una band può regalare – e che solo in pochissimi casi viene trasmessa a chi ascolta. Signore e signori, dalle fredde lande dell'Alaska, date il vostro più caloroso bentornato ai 36 Crazyfists.




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