The Rasmus
Black Roses

2008, Playground Music
Pop Rock

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 25/04/09

Quando si sente per la prima volta l’opener (nonché primo singolo) dell’ultima fatica in studio dei finlandesi The Rasmus “Livin’ In A World Without You”, non si può fare a meno di rimaner colpiti da così tanta ruffianaggine spiattellata con fastidioso orgoglio: strofa hip-hop, una melodia super-catchy sintetica dal vago sapore Depeche Mode a sostenere il pezzo, e quel ritornello killer sì, ma molto scontato.
Poi si comincia a canticchiare la canzone nei momenti più impensati della giornata, poi la si vuole riascoltare, poi si vuole sentire anche com’è il resto del cd…ed in men che non si dica, una band che si credeva di detestare diventa interessante.

Sì, perché questo “Black Roses” è davvero un gran bell’album: un album che, tolte tre canzoni deboli (“Run To You”, nonostante le orchestrazioni finali che aggiungono pathos, “Live Forever”, lagnosa e “The Fight” – perché le cavalcate chitarristiche alla Iron Maiden mal si adattano allo stile Rasmus), offre 8 gemme uniche di rock moderno ed immediato, ma non per questo (eccessivamente) banale.
Sicuramente, il fatto di aver composto l’album in stretta collaborazione con Mr. Desmond Child (lo sapete chi è, vero? No, perché stiamo parlando di uno dei migliori produttori sulla faccia del pianeta Terra, colui che ha contribuito al successo di canzoni come “I Was Made For Lovin’ You” dei Kiss oppure “Livin’ On A Prayer” di Bon Jovi, tanto per dirne due…) pesa, e non tanto perché i Rasmus ci presentano una consapevolezza nella composizione (soprattutto negli arrangiamenti) che, paradossalmente, non era presente sul loro big-hit commerciale “Dead Letters” (ma sull’ingnorato scorso “Hide From The Sun” sì): questo album piuttosto è maturo proprio nella costruzione dei pezzi.
Il tocco di Child si fa sentire nel crescendo emozionale del bridge finale della ballata strappalacrime “Justify”, nel ritornello potente e squarciagola di “Lost And Lonely” (forse il capolavoro dell’album), oppure nell’oscura energia gotica di “Ghost Of Love”.
Parlando di oscura energia, fa anche piacere notare come i dichiarati intenti (da parte di Lauri nel documentario incluso nel dvd bonus dell’edizione limitata del cd) di riacquisire con questo album il successo commerciale perso con lo scorso “Hide From The Sun” non corrispondano necessariamente ad un ammorbidimento eccessivo del suono, visto che i riff di chitarra sono sempre ben presenti e, spesso, deliziosamente preponderanti.
Sia chiaro, comunque, che la croce e delizia dei Rasmus, ovvero la loro immediatezza ed accessibilità, è sempre presente: basta un ascolto per avere praticamente assimilato quasi alla perfezione i vari pezzi (a volte anche in corso di primo ascolto, tra il ritornello e la seconda strofa!).
Sia chiaro altrettanto che il sottoscritto ritiene che, per quanto possa essere bello aver a che fare con album “cipolla” (album che necessitano di infiniti ascolti per poter essere assimilati e capiti, esattamente come si necessita di infinite pelate per poter togliere tutti gli strati di epidermide di una cipolla), ogni tanto è bello anche avere a disposizione 45 minuti di buona musica, di quella accomodante e che ci fa sentire immediatamente a nostro agio.
Menzione finale alla produzione dell’album: anche dal punto di vista del mixing, “Black Roses” suona magnificamente, grazie ad una resa delle basse frequenze incredibilmente potente ed al perfetto bilanciamento delle chitarre rispetto ai sintetizzatori.

In definitiva: “Black Roses” è un album molto professionale da cui conviene tenersi alla larga, se si vuole continuare a parlare male dei Rasmus.



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