Depeche Mode
Sounds Of The Universe

2009, Mute
Elettronica

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 20/04/09

Un paio di punti fermi prima di cominciare: sì, i Depeche Mode sono una band che merita di entrare nella storia della musica. Sempre all’avanguardia, seminali nel far scoprire, di fatto, la scena new wave alle masse nei primi anni ’80: i Depeche Mode tracciano le rotte nella musica elettronica esattamente come Miss Veronica “Madonna” Ciccone fa coi trend del pop. Inoltre, nella loro carriera hanno prodotto tre album che, per me, sono di fatto già “storici”, visto che le canzoni in essi contenuti vengono coverizzate a ritmo quasi annuale dai più disparati artisti (sto parlando di “Violator”, “Music for the masses” e “Songs of faith and devotion”). Detto questo i Depeche Mode non sono intoccabili. Nel post-reunion (sono stati sull’orlo dello scioglimento, anche se mai annunciato, nel periodo successivo a “Songs Of Faith And Devotion”, quando cioè Dave Gahan era più impegnato a farsi di speedball che a servire l’arte, e Martin Gore era sperduto sui fondi di bottiglia di Jack Daniel’s) gli album prodotti dal trio britannico non sono stati epici ed in grado di segnare intere generazioni come tutti quelli che li hanno preceduti: “Ultra” era decisamente troppo emozionale e convenzionale, “Exciter” eccessivamente minimalista ed ermetico, mentre “Playing The Angel” era una via di mezzo discontinua nell’alternare capolavori a tracce decisamente dimenticabili.


Bene, oggi abbiamo “Sounds Of The Universe”, dodicesimo album in studio per i Depeche Mode, un album che si apre su un sibilo disturbante, una radio in cerca disperata di sintonia: gli risponde un morbido sintetizzatore, quindi la voce calda e sensuale di Dave Gahan (ovvio che la sua prestazione sia sempre ai massimi livelli), segue il funky elettronico di strumentazione vintage anni ’70 semi-analogica, ed è tutto già chiaro: Martin Gore, questa volta, vuole farci viaggiare nello spazio. E’ un album difatti siderale questo “Sounds of the universe”, freddo e desolante, fatto di canzoni come “In chains” che vi ho appena descritto: canzoni dense, costituite da layer su layer di elettronica e sperimentazioni varie.


E’ sfuggevole quest’opera, con le sue numerose derivazioni: non si fa a tempo a familiarizzare con un’idea, che subito ci viene tolta sostituita da un’altra, penalizzando fortemente la godibilità del quadro generale. Non è difatti un caso che il capolavoro dell’album sia proprio il primo singolo “Wrong”: una nenia circolare, ossessiva, oscura e nervosa, dal testo perfettamente quadrato come la musica che si muove sotto di esso. Oppure che un’altra canzone degna di nota sia il probabile prossimo singolo, ovvero la sacralità di quella “Peace” che, con il suo glaciale sintetizzatore, suona come un canto eseguito in una cappella su Marte.  Poi certo, la strumentale “Spacewalker” è un buon esempio di ballata psichedelica anni ’70, mentre la successiva “Perfect” è forse l’unica di tutto l’album ad avere un groove che ricorda vagamente i Depeche Mode del passato.


Tutto il resto, purtroppo, risulta meccanico, artificioso…difficile da distinguere da una densa matassa musicale che, alla lunga, finisce con il soffocare l’ascoltatore, complice anche una linea melodica di fondo di bassa ispirazione. Sia chiaro: come esercizio di stile, questo album è mirabile. E sinceramente non potrebbe essere altrimenti, visto che ci sono i Depeche Mode a firmarlo. Deficita giusto un poco di cuore, e scusate se è poco… Fa davvero dispiacere vedere una band come i Depeche Mode fare un album la cui utilità è solo quella di arricchire la tracklist del vol.2 del loro prossimo greatest hits...





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