Deep Purple
Made In Japan

1972, EMI
Hard Rock

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 16/04/09

Recensione a cura di Andrea Folli

Quando si parla di esibizioni dal vivo, concerti, eventi musicali che permettono ad una band di manifestare le proprie doti quali tecnica, personalità, spettacolo, sono veramente pochi quelli che rimangono nella memoria di chi li ha vissuti, o quanto meno ascoltati. Molto spesso, anzi spessissimo, ci si trova di fronte alla pura e semplice trasposizione live delle canzoni udite su cd. Tutta un’altra musica (è proprio il caso di dirlo) per quanto riguarda il gruppo che probabilmente ha dato avvio in modo perentorio al rock, dimostrando nel corso degli anni quanto una band abbia potuto stravolgere il panorama musicale mondiale, influenzando migliaia di persone, stili sonori, gruppi.

I Deep Purple sono considerati, a ragion veduta, una delle band più importanti del globo, per quello che hanno fatto, per quello che fanno, e per ciò che ci riserveranno nel futuro. Ciò che mi appresto a recensire è quello che la maggior parte degli amanti del Rock (tra cui il sottoscritto) definisce “ Il miglior live della storia”, e i motivi sono presto detti. "Made In Japan" non è solo il capolavoro dei capolavori, l’album inarrivabile, ma anche e soprattutto l’emblema di quella musica viva chiamata hard rock. "Made In Japan" non è semplice ascolto; "Made In Japan" lo senti, lo vivi, percepisci che è qualcosa di unico, di fenomenale, di incomparabile.

Il disco parte con "Highway Star", strepitosa canzone e cavallo di battaglia di centinaia e centinaia di concerti della band inglese. La canzone parte in salita, in un lento crescendo; dapprima l’organo di Jon Lord, introduce l’iniziale ritmo cadenzato, la batteria di Ian Paice prende corpo e, sempre in maniera maledettamente controllata e sicura, entra la chitarra di quello che migliaia di amanti dell’hard rock considerano il vero, irraggiungibile ed inimitabile Maestro della chitarra elettrica, Ritchie Blackmore. Pochi accordi, un nota prolungata della sua Fender Stratocaster e "Highway Star" esplode col suo riff e con la voce di quel portento canoro che risponde al nome di Ian Gillan che alterna acuti incredibili a strofe cantate in maniera perfetta sotto ogni punto di vista: coinvolgimento, tecnica ed esecuzione. Al minuto 1.32 Ritchie Blackmore ci fa vedere come riesce a “domare” il suo strumento, tramutandolo temporaneamente in un cavallo imbizzarrito con tanto di nitrito. Straordinario. Segue, dopo il ritornello, l’assolo dell’organo Hammond di Lord, che ci mostra tutte le sue influenze classiche e capacità (non ci si diploma al conservatorio per caso). La canzone prosegue sempre su ritmi sostenuti, grazie allo splendido lavoro di Paice, impeccabile dietro alle pelli, con uno stile inconfondibile. La canzone è pronta. Pronta per il momento clou di una brano rock, l’assolo di chitarra. Minuto 4.18: Ritchie Blackmore “gioca” col suo strumento tramutando la Stratocaster in una motocicletta, grazie ad un lavoro magistrale sul tremolo, per poi scatenarsi nel solo vero e proprio che mette in luce l’estro e la genialità di un artista che posso definire, senza esitazione, unico al mondo. Dotato di un tocco eccezionale che lo contraddistinse (e lo contraddistingue tutt’ora) e di una originalità talmente innovativa da rimanere allibiti.

L’album prosegue con "Child In Time", altro pezzo famosissimo qua riproposto in una versione estesa con die minuti in più. "Child In Time" è pura poesia in musica, dal testo, alle parti vocali, alle melodie. Prima parte lenta, con le strofe non solo cantate ma interpretate da Gillan in modo, posso dire, commovente. Il cantato prosegue con un paio di vocalizzazioni per poi sfociare nell’impressionante serie di acuti lancinanti, che resero famosi Ian Gillan, "Child In Time" e i Deep Purple; al minuto 2.50, dopo le rullate di Ian Paice, Gillan si supera, raggiungendo livelli stratosferici con la sua voce e facendo crescere il pathos del pezzo in maniera sconvolgente. Poi, 35 secondi più tardi, la canzone prevede una batteria coadiuvata da organo, chitarra e basso, in un riff micidiale il quale verrà ripreso da un numero spropositato di band in futuro; ma i il vero, unico ed originale rimane qua, in "Child In Time". Un grande lavoro al basso da parte di Roger Glover, assiste il successivo assolo di Blackmore. Personalmente lo ritengo il più bell’assolo mai eseguito. Da sottolineare l’improvvisazione poiché in studio Ritchie ci coinvolge con altri fraseggi, diversi da questa versione leggendaria di "Made In Japan". Al termine, nuovamente la strofa cantata, supportata dal ritmo lento e cadenzato della batteria e delle tastiere e poi ancora gli acuti liberatori di Gillan che non sembra manifestare nessun segno di cedimento. I cinque membri si scatenano nel finale, con una conclusione in crescendo, da brividi.

La successiva è non solo la canzone più famosa dei Deep Purple ma anche il brano rock più famoso in assoluto, "Smoke On The Water". Ancora una volta allungata per una riproposizione live spettacolare, la canzone si caratterizza per il suo riff grandioso, targato Ritchie Blackmore. Impeccabili tutti i componenti a partire dal Man in Black, letteralmente scatenato nell’assolo. La canzone si articola poi con il solo di Jon Lord, che spreme il suo organo, dando battaglia con il riff dell’elettrica di Ritchie. "Made In Japan" prosegue con "The Mule", a mio modo di vedere una composizione che esalta il virtuosismo e le doti tecniche di uno tra i batteristi più bravi della storia: Ian Paice. Ce ne dà una dimostrazione proprio nella quarta traccia di questo "Made In Japan", con un assolo di più di sei minuti, mai banali, mai ripetitivi.

"Strange Kind Of A Woman" parte subito con il suono caldo e pulito della chitarra ben sostenuto dalla ritmica della batteria; proprio questa cadenza caratterizza la canzone nel suo incedere rockeggiante, grazie anche a rallentamenti in cui il vocalist mostra ancora la sua bravura nell’utilizzo della voce. Sopraggiungono fantastiche improvvisazioni di Blackmore, alternate alle strofe, che mettono in luce la singolarità di questo artista delle sei corde. Verso i cinque minuti il tutto rallenta, Ian Paice dà il sottofondo ritmico, Blackmore ci esalta con la sua estemporaneità. Entra in scena Ian GIllan che risponde alle note di Ritchie con altrettante vocalizzazioni atte ad imitare in modo sbalorditivo la chitarra. Si scatena una vera e propria sfida tra i due: Blackmore inventa, Gillan imita. Quest’ultimo ci fa notare come non serva usare una chitarra per riprodurre un suono del genere; si arriva persino al punto di non riconoscere quale sia lo strumento e quale la voce, cosa che, riflettendo un istante, ci rendiamo conto essere inconcepibile.


La rullata di Paice mette fine ai giochi, la canzone riparte per qualche attimo per poi fermarsi all’improvviso per il finale lasciando campo libero all’acuto di 10 secondi di Ian Gillan. Disumano. Lazy parte in crescendo con , all’inizio, soltanto l’improvvisazione del tastierista e organista Jon Lord, che utilizza egregiamente la distorsione del synth, alternandola al classico suono pulito. Lord termina ed entra Blackmore con l’esecuzione di poche note; la canzone è in fase di attesa, sembra si stia caricando quando al minuto 3.54 il celeberrimo riff di Lazy esplode con tutta la sua vena eock seguito dalle solite improvvisazioni fino al cantato di Gillan che, dopo poche strofe, estrae la sua armonica a bocca e contribuisce a dare alla canzone quel favoloso gusto country. Verso la fine della canzone ancora un rallentamento, con protagonisti organo e chitarra che si alternano vicendevolmente. Poi rimane solo lui, Ritchie Blackmore che trova anche il tempo, nel finale, di inserire nella sua improvvisazione il motivetto de “I tre porcellini”. Genio. Venti minuti di canzone vi sembrano troppi? Ebbene preparatevi perché 19.54 minuti vanno gustati fino in fondo. "Space Truckin", traccia conclusiva di "Made In Japan" è, senza esagerare, monumentale.

Anch’essa ha una partenza in salita con il charleston di Paice dosato su misura dell’organo di Lord, il quale dà sfogo ad un altro storico riff del rock. La canzone mette in evidenza il basso di Roger Glover, soprattutto nel ritornello, in cui le note basse vengono esaltate, sempre accompagnate da Blackmore. Gillan si infiamma e si abbandona nelle sue alte tonalità. Entra prepotentemente l’assolo improvvisato di Blackmore, assistito splendidamente dalle scansioni ritmiche di Ian Paice. Riprende il ritornello dove Gillan si rituffa in ciò che meglio gli riesce (tutto). Verso i 5.20 cambio di tempo con parte solista affidata alle tastiere;la canzone si snoda con il virtuosismo tutt’altro che fine a se stesso tipico dei Deep Purple. Tutti gli strumenti partecipano attivamene, vuoi in modo frenetico e “istintivo”, vuoi con una minuziosa elaborazione del suono “puro” e ricercato, oppure con distorsioni che creeranno, attorno alla figura della band inglese, lo pseudonimo di “band più rumorosa del rock”. Un “rumore” che intenzionalmente definisco tecnico, un rumore che crea melodie e arrangiamenti coesi all’inverosimile.

Nella versione rimasterizzata di "Made in Japan" compaiono tre encore, tratti dagli omonimi show del primo disco. Si tratta di "Black Night", "Speed King" e "Lucille". La prima, più accattivante che mai, trascinante come poche canzoni rock è caratterizzata dalla cadenza delle partiture e dalle improvvisazioni improvvise (ebbene sì), le quali riescono a collocarla nei vertici più alti delle composizioni purpleiane e, più in generale, del movimento rock mondiale. "Speed King", caposaldo di quel disco inarrivabile per chiunque che risponde al nome di "In Rock", è qua resa in versione velocizzata e dinamica.

Inesauribili gli elogi ai due maestri Lord e Blackmore e a Gillan che, per qualche tratto imita ancora la chitarra del guitar hero. Indescrivibile il tratto che potremmo definire: l’assolo voce – chitarra. In grande evidenza le cavalcate di Roger Glover col suo basso, che tenta di “ mediare” allo “strapotere” delle improvvisazioni di organo e chitarra. Grandissimo merito anche a Ian Paice, fenomenale batterista, creativo e mai banale, preciso ed instancabile. Infine la cover di "Lucille" di Little Richard. Otto minuti di grande, grandissimo rock in tutte le sue componenti, con le immense accelerate rock n’ roll tipiche della song. Nel finale Deep Purple letteralmente scatenati con velocità progressivamente aumentate e apoteosi conclusiva delle sonorità legate ai nostri. Poi applausi. E silenzio. Finisce così "Made In Japan".


"Made In Japan" è tutto questo e molto, molto di più. "Made In Japan" racchiude in sé generazioni passate e generazioni future. "Made In Japan" suona come vogliamo noi. "Made In Japan" ha 37 anni di storia ed insegna ancora, senza che gli “allievi” superino il “Maestro”. "Made In Japan" si chiama Ritchie Blackmore, Jon Lord, Ian Paice, Ian Gillan, Roger Glover. "Made In Japan", il più grande Album che la storia del rock abbia mai potuto dichiarare, è targato Deep Purple.


Tutto il resto è fumo, ma non sull’acqua.





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