AC/DC
Black Ice

2008, Columbia
Hard Rock

Un rientro a tutto rock quello di un gruppo che è già nel mito.
Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 10/04/09

Trentacinque anni di passione separano gli AC/DC dalla nascita al quindicesimo disco in studio (31 dicembre 1973 – 17 ottobre 2008), "Black Ice", e sempre all’insegna del rock basato sul riff semplice ed ermetico. E’ quello che sanno fare dite voi, meglio di chiunque altro aggiungiamo noi. I fratelli Young, Malcolm e Angus, risollevano una concezione musicale che è ormai agli antipodi e possono farti rivivere gli anni settanta e ottanta nel duemilaotto. Quanti ci provano? E quanti, pensateci bene, ci riescono? La “Brian Johnson Era” si arricchisce di un altro grande disco dopo il chiaroscuro di "Stiff Upper Lip", lontano otto anni da questo "Black Ice", che riprende a brillare come il buon vecchio "Back In Black" (lo so, è un paragone scomodo ma se non lo facciamo oggi…) e piazza quattro/cinque perle di rara lucentezza e un'altra decina di ottimi brani che lo indirizzano nella categoria “disco dell’anno”.

Converrete con me quando sostengo che è pressoché inutile discutere di esperienza, gli AC/DC hanno fatto dell’ideologia rock il proprio vessillo, e la qualità intrinseca di "Black Ice" sovrasta qualsiasi questione emotiva o cerebrale. Inserite il dischetto nell’apposito lettore e fermatevi un istante a ragionare sul significato di un pezzo come "Rock ‘n Roll Train", tanto elementare nella sua costruzione quanto ficcante dal punto di vista melodico. Il rock è tutto qui, quattro minuti e ventuno secondi che sintetizzano trentacinque anni di stile: un bel montante a chi li voleva morti e sepolti. Gli AC/DC mantengono, fortunatamente, l’antico suono. "Skies On Fire" e "Big Jack" recuperano la vena artistica dei pezzi scritti vent’anni prima e Aungus non rinuncia mai a quell’assolo iconico che ha di fatto decretato il successo del gruppo. C’è anche qualche citazione autorevole, "Money Made" fa il verso a "Back In Black" (il brano), ma l’ascolto è così gradevole che “l’auto-plagio” passa direttamente al secondo strato di parallasse. Nemmeno "Ballbreaker" aveva convinto tutti, qui invece c’è da leccarsi i baffi con l’eccentricità scanzonata di "Decibel" o di "Spoilin’ For A Fight", il maschilismo di "War Machine" e il messaggio sincero di "Rocking All The Way": divertimento e grinta come ai bei tempi.

Giunti all’epilogo, non resta che consigliare caldamente l’acquisto di "Black Ice", disco sobrio e di qualità che incamera tutto il fascino di una band immortale. Francamente non me l’aspettavo, il colpo di coda di un’annata, quella del 2008, con qualche ombra e una delle luci più intense degli ultimi tempi.




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