Meshuggah
Koloss

2012, Nuclear Blast
Thrash

Il nuovo "Koloss" non stupisce. Che sia la fine di un'era per i Meshuggah?
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 23/03/12

Non volevamo crederci, ma con “ObZen” si era chiusa un’era per i Meshuggah. Un po’ come chi non vuole ammettere l’evidenza, spinto dall’ammirazione, dall’affetto, oltre che dalla portata di quell’opera, non ce n’eravamo accorti. Siamo stati portati a pensare che questo momento sarebbe stato ancora di là da venire, nonostante i fatti lo documentassero, fin quando “Koloss” ha schiarito la visuale, permettendo un’analisi più lucida di tutta la sfavillante discografia degli svedesi. Siamo ufficialmente entrati nella seconda fase della carriera dei Meshuggah.

Per quanti di voi non lo sapessero o ricordassero, da oltre venti anni la parola Meshuggah significa evoluzione sonora, significa una continua ricerca di nuovi territori da esplorare, cambiare quasi radicalmente il proprio impianto sonoro disco dopo disco, stupendo, dettando ogni volta nuovi dettami per le migliaia di seguaci che non hanno fatto altro che inflazionare il mercato. Sempre con lo sguardo fisso all’orizzonte, sempre un passo avanti, mai fallendo. In sostanza il successo dei Meshuggah è tutto qui, il saper evolversi senza snaturare il proprio marchio di fabbrica, un successo che con il tipico atteggiamento schivo da band di vecchio stampo, ne ha decretato l’indubbio status di culto.

Status che forse ha permesso ai nostri di aggirare di carisma le piccole crepe che si intravedevano in “ObZen”, di cui anni fa scrivevamo: “Con ObZen invece i nostri sembrano aver fatto un punto della situazione, forse per la prima volta voltandosi e osservando quanta strada hanno fatto, riprendendo più di un elemento già espresso in passato.”. Dopo cinque album si poteva pur “perdonare” una battuta d’arresto sul piano dell’evoluzione, una promozione con la condizionale. “Koloss”, il nuovo arrivato, non lascia più dubbi: i Meshuggah non avanzano nemmeno questa volta, per certi versi ripetendosi e costringendoci a ritenere la frase sopra di estrema attualità. Cambiano le atmosfere, in “Koloss” è l’oscurità a regnare, il senso di oppressione, cambiano alcune soluzioni musicali, prediligendo una maggiore varietà delle composizioni, ma in buona sostanza, non c’è nulla che un vecchio (e vero, sottolineiamo) ascoltatore dei Meshuggah non abbia già custodito nella propria collezione.

Potrebbe sembrare dunque un fallimento questo “Koloss”, forse dettato più da un eccessivo accanimento che per demeriti propri. Entrambe le cose. Se da un lato non si rimane insensibili alla maestria (che rimane immutata) della band, del bagaglio tecnico e stilistico degli svedesi, sempre micidiali e una spanna sopra tutti, nonostante un leggero calo complessivo della qualità della tracklist, dall’altro ci poniamo sullo stesso piano che ha segnato la carriera dei nostri, quello prettamente mentale senza dare peso alle emozioni, e constatiamo con tristezza che un album dei Meshuggah (ed è il secondo) senza evoluzione non ha più quella valenza iconica che ogni uscita pre-2008 ha avuto. Senza ricerca sonora i Meshuggah si mettono sullo stesso campo da gioco di tutti gli altri, svettando sì, ma perdendo molto in termini di “importanza”, privandosi di quel ruolo di guida per tutti i follower.

Ora siamo ben lontani da una composizione seriale in stile Cannibal Corpse, “Koloss” ha comunque il merito di distinguersi bene dal predecessore, unico appiglio per poter valutare comunque più che positivamente il disco, in cui però non mancano meri riempitivi (le due tracce iniziali), alternate a buonissime canzoni piene però di rimandi al passato (su tutte “Marrow”, fin troppo legata a “Chaosphere”) e poche gemme in grado di brillare di luce propria, come “Behind the Sun” e “Demiurge”. Per la prima volta azzardiamo a scrivere la parola “mestiere” in una recensione dei Meshuggah, non un brutto disco, ma idee parzialmente ricilate presentate sotto una luce diversa, non possono essere tollerate da chi ha sempre ammirato e compreso l’opera di questi musicisti. Se siete alla ricerca della classica “meshuggahta” allora potrete anche non considerare tutto questo e godervi il nuovo full-length... Ma badate bene, avreste mai immaginato di approcciarvi a un disco dei Meshuggah con la voglia di ascoltare qualcosa definibile come classico, senza alcuna sorpresa? Meditate cari lettori, meditate...



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