Bruce Springsteen
Wrecking Ball

2012, Columbia Records
Rock

Bruce Springsteen torna con un vero e proprio manifesto di rabbia e coscienza civile.
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 10/03/12

Non basterebbe un libro per illustrare motivi e contenuti del nuovo, attesissimo disco di Bruce Springsteen. I fans più irriducibili lo liquideranno in quattro e quattr’otto con la solita punta di snobismo, mentre la stampa finirà per accoglierlo come l’ennesimo capolavoro concentrandosi più sui significati che sui contenuti musicali. La verità come spesso accade sta nel mezzo e va oltre le passioni. Che Bruce Springsteen a sessantatre anni non abbia più l’ispirazione dei tempi migliori è un’opinione abbastanza condivisa, per quanto nella sua produzione recente non manchino gli esempi di quella classe sopraffina che lo contraddistingue dal resto del mondo. E’ rimasta immutata invece la sua voglia di raccontare l’America e le sue contraddizioni dalla prospettiva degli sconfitti e della working class; quello che molti dimenticano è che da anni ormai Springsteen cerca di farlo con linguaggi e parole nuove, basti pensare al sound “stratificato” di “The Rising”, al folk delle Seeger Sessions o alla border music di “Devils & Dust”. Per raccontare il presente Bruce volge lo sguardo al suo passato personale riprendendo alcuni brani già proposti in sede live ("Land Of Hope And Dreams", "Wrecking Ball", "American Land") e qui proposti in studio per la prima volta; un passato rievocato ripescando il roots folk della terra dei suoi avi, l’Irlanda, e l’esperienza delle Seeger Sessions. "Wrecking Ball" potrebbe essere a tutti gli effetti il suo disco combat folk, diretto nei suoni e nel linguaggio e non è un caso che per questi contenuti Bruce abbia scelto il linguaggio di generi popolari come il folk, il gospel e persino l’hip hop. L’elemento nuovo per Springsteen si chiama ritmo, che sia derivativo delle band rurali d’Irlanda o dei loop urbani di New York poco importa: la sua musica si tinge di colori nuovi con la marcia di “Jack Of All Trades”, la grancassa di “Shackle And Drawn” e lo speed folk della title track.
 
Mai come in questo disco Bruce veste i panni del cantastorie, portavoce di una nuova coscienza civile che ”da Chicago a New Orleans, dovunque sia sventolata questa bandiera” pare voler chiamare tutti a raccolta per riaccendere quell’antico spirito solidale e mutualistico. Se “Easy Money” e “Shackled And Drawn” guardano oltreoceano e sono una la continuazione dell’altra, “Jack Of All Trades” è un incrocio fra il Bob Dylan di "Every Grain Of Sand" e certe atmosfere da marching band richiamate da quel suono di tromba in evidenza, un vero e proprio inno impreziosito dalla chitarra di Tom Morello. Con “Death To My Hometown” e “This Depression” Springsteen si spinge oltre abbracciando tonalità decisamente forti: “la città è morta ma non ci sono bombe né esplosioni / hanno distrutto le nostre famiglie, le fabbriche, ci hanno portato via le nostre case” dice un ipotetico padre al figlio “trovati una canzone per spedire quei furfanti dritti all’inferno”. Erano anni che il Boss non partoriva lyrics così taglienti, quella hometown che gli ha dato i natali, quelle origini richiamate dal mood Irish della melodia, adesso non esistono più, spazzate via dalla crisi economica. La palla da demolizione della title-track e del titolo è la stessa che ha raso al suolo il suo Giant Stadium nel New Jersey; il pezzo fu scritto da Springsteen in occasione del suo ultimo concerto tenuto proprio in quella venue. Sembra di sentire Bruce rincorrere i Gogol Bordello e Dropkick Murphys  in questo speed folk che, c’è da scommettere, farà sfracelli in sede live. Per la seconda volta negli ultimi due dischi giunge il momento dedicato agli amici assenti: “Land Of Hope And Dreams” già presente su "Live In New York City" è il tributo del Boss all’amico di una vita, l’ultima registrazione di quel Clarence “Big Man” Clemons scomparso quasi un anno fa e che lascia un vuoto incolmabile nel cuore e nel sound della E Street Band. La seconda parte del disco è tanto più dimessa nel sound quanto ottimista nei testi: “You’ve Got It” e “Rocky Ground” non sconvolgono, ma la conclusiva “We’re Alive” è l’ennesimo gioiello targato Springsteen, la sua personale antologia di Spoon River, una galleria di personaggi e di valori che lanciano un messaggio di speranza a chi è ancora qui: “Lascia che il tuo corpo riposi amico mio, dormi bene, sono solo i nostri corpi che ci tradiscono alla fine”. La ciclità degli eventi, tragici e felici è una costante della condizione umana, questo è il messaggio di Bruce, ed è un messaggio di speranza e di rinascita per il futuro. Una catarsi che si conclude con “American Land”, canzone manifesto di Pete Seeger che Bruce stravolge secondo una personalissima rilettura nelle lyrics e nell’arrangiamento, trasformandolo in una live song potenzialmente imbattibile in chiusura di set.
 
E’ difficile immaginare un artista diverso da Springsteen a cantare i contenuti di un disco come questo, lui è ancora l’unico capace di fornire uno spaccato fedele dei nostri giorni, di tracciare un ritratto impietoso dei nostri tempi con uno spirito e una originalità fuori dal comune, lontano dalla retorica e dalle inutili autocommiserazioni. Senza scomodare la parola capolavoro, oggettivamente fuori contesto, basta dire che “Wrecking Ball” è un capitolo a parte della sua splendida discografia, figlio dei tempi e dell’umore di chi lo ha concepito. E adesso, tutti a San Siro.




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