Epica
The Phantom Agony

2003, Transmission Records
Symphonic Metal

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 26/12/11

L'esperienza maturata nel corso degli anni '90 con gli After Forever (li ricordiamo per essere stati tra i primissimi baluardi della scena symphonic metal nella terra dei tulipani, ma soprattutto come una delle band più interessanti e sottovalutate dello scorso decennio) insegnò al buon Mark Jansen come coniugare la “brutalità” di un grunt lancinante alla delicatezza di una voce lirica femminile. Benché, come ben sappiamo, qualcosa di analogo fosse già stato sperimentato pochi anni addietro nella penisola scandinava, il tuttofare olandese aggiunse un nuovo, a suo modo geniale ingrediente alla formula portata al successo dai lontani cugini norvegesi Tristania da una parte e dai pluriosannati Nightwish dall'altra: un piccolo ensemble d'archi, al quale riconosciamo il merito e l'onore di aver reso ancora più drammatiche le composizioni della defunta formazione orange. Se in casa After Forever le influenze spaziavano tra il death e il power metal, con il classico occhio di riguardo per le sonorità gothic, fu proprio l'eleganza di viole, violini e violoncelli che contraddistinse le sinfonie di “Decipher” (ultimo nato dal matrimonio tra Jansen e la sua prima band) a riemergere dalle tenebre nel 2003 per dare ai natali a una nuova creatura chiamata Epica, dopo una breve parentesi sotto il nome Sahara Dust.

Con un monicker ereditato da uno degli album di maggior successo della power metal band americana Kamelot, ed un immaginario che non si vergogna nell'attingere tanto dai temi più delicati dell'attualità, grazie a testi che hanno l'amaro sapore della denuncia sociale (vedi il tema ricorrente del fondamentalismo religioso), quanto dai più scontati luoghi comuni di reminiscenza gothic, gli Epica iniziano a gettare le basi di un successo di scala mondiale all'epoca inaspettato. Inaspettato perché, se da un lato “The Phantom Agony” ebbe il pregio di portare avanti il discorso lasciato in sospeso dal sopraccitato “Decipher”, dall'altro fu enormemente penalizzato a causa di un songwriting immaturo, talvolta addirittura inconsistente e dispersivo. Un team d'eccezione tra cui spiccano i nomi dell'onnipresente Sascha Paeth dietro alla consolle e quello di Amanda Somerville alla guida del coro che accompagna gran parte dei pezzi, aiuta Mark Jansen e compagni a produrre un lavoro sufficientemente dignitoso, ma le ombre dell'inesperienza restano in agguato. Come non ricordare, a questo proposito, la performance della bellissima ed allora diciottenne Simone Simons... Nonostante non si possa affermare che all'epoca la vocalist mancasse di carisma, non possiamo e non vogliamo sbilanciarci a favore di quelle che qualcuno potrebbe scambiare per impressionanti (?) doti interpretative. Col senno di poi confermiamo che la presenza di una voce così acerba, segnata da un timbro mezzosopranile vistosamente forzato, non aiutò la formazione nella sua scalata verso l'olimpo del symphonic, tant'è che gli Epica rimasero una band semi-sconosciuta al di fuori dei patrii confini fino alla pubblicazione del terzo, sorprendente full-length “The Divine Conspiracy” e spesso furono tacciati di essere un gruppo-clone senza arte né parte.

Le intuizioni in “The Phantom Agony” sono essenzialmente poche: l'escalation di mid-tempo in chiave orchestrale alla lunga diventa ridondante ed è proprio la tanto ostentata componente metal a tradire la voglia di strafare del sestetto. Se gli innumerevoli interventi del coro e degli archi mantengono il fascino e la tipica austerità del genere, la batteria di Jeroen Simons e le chitarre dell'accoppiata Jansen-Sluijter, talvolta inspiegabilmente timide nel loro incedere, non si ritagliano altro che un ruolo di contorno, mentre il basso di Yves Huts e la tastiera di Coen Jansen difficilmente si distinguono. Il risultato è un quadro sonoro che vuole a tutti i costi apparire ricco e lussureggiante, ma ai suoi realizzatori sembrano mancare le materie prime per portare a termine il progetto, in primis un bagaglio tecnico degno di questo nome e la capacità di concretizzare le proprie ispirazioni in un'architettura sonora solida e consistente.

Soltanto qua e là emergono i pallidi riflessi degli Epica ai quali siamo abituati oggi. “Cry For The Moon”, un pezzo che presto diverrà un classico della band in sede live, e la semi-ballad “Run For A Fall” sfruttano una delicatezza melodica di scuola tipicamente olandese, ma sono le incursioni delle vocals gutturali del mastermind a portarle su livelli qualitativi più gratificanti, così come accade in “Façade of Reality”, dove l'irruenza del grunt si alterna ad una sezione corale di tutto rispetto, accompagnata da un bel crescendo orchestrale e dallo straniante campionamento di un discorso dell'allora primo ministro britannico Tony Blair, pronunciato in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001. Alle altre canzoni, purtroppo, manca la cosiddetta scintilla, e, sebbene alcune di esse si ritaglino uno spazio a sé stante all'interno dell'opera (quasi sempre per merito dell'orchestra e del coro), è dura resistere all'effetto soporifero di una voce femminile monotona ed affannata (il caso lampante è quello di “Feint”, una ballad tronfia e banale che in una manciata di secondi si trasforma in una vera e propria tortura). La lunga titletrack, infine, rappresenta il primo vago abbozzo di quello che gli Epica riusciranno a fare a partire dalla loro terza fatica discografica: sintetizzare in un solo disco le melodie power e le atmosfere medievaleggianti dei Rhapsody Of Fire, l'oscurità del gothic e la violenza del death, impreziosendo il tutto con un tocco progressive tutt'altro che scontato.

A discapito di un esordio non particolarmente felice, in questi anni gli Epica hanno subito una metamorfosi radicale che li ha tramutati in uno dei capisaldi del symphonic metal contemporaneo. Se avete amato le ultime pubblicazioni dei Nostri ma ancora non conoscete “The Phantom Agony”, approcciatevi ad esso senza troppe aspettative, per non correre il rischio di rimanere tremendamente delusi ed accantonare ingiustamente un debutto che, nonostante l'ingenuità di fondo i numerosi difetti, non mancherà di regalarvi qualche sporadico brivido.





01. Adyta (The Neverending Embrace)
02. Sensorium
03. Cry For The Moon (The Embrace That Smothers - Part IV)
04. Feint
05. Illusive Consensus
06. Façade Of Reality (The Embrace That Smothers - Part V)
07. Run For A fall
08. Seif Al Din (The Embrace That Smothers - Part VI)
09. The Phantom Agony

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