Alice Cooper
Trash

1989, Epic Records
Hard Rock

Recensione di Marco Somma - Pubblicata in data: 21/12/11

TOCCANDO GLI IDOLI…

Un vecchio detto recita che non si dovrebbero mai toccare i propri idoli perché un po’ della doratura potrebbe rimanerci attaccata alle dita. Tutto dipende, c’è da supporre, dalla materia di cui sono fatti.

Vi siete mai fermati a ragionare sul concetto di idolo? Su cosa possa realmente significare la parola, non tanto in termini religiosi, che sono tutto sommato auto-esplicativi, quanto nella terminologia moderna. Cosa intende davvero la gente oggi quando parla di idoli?

Se mai doveste avere la malaugurata idea di trascinare un gruppo di amici in una discussione sul tema, vi trovereste quasi certamente a scoprire che non esiste un’idea comune a riguardo. In linea di massima tutti parleranno di qualcuno che è stato investito del ruolo di modello, massima esemplificazione di un concetto, di uno stile o una filosofia di vita. Scavando ancora un po’ più in fondo, vi accorgerete però che non ci sono due persone portate a concepirlo allo stesso modo, né a viverlo con lo stesso spirito. Qualcuno arriverà a dirvi che gli idoli sono un fenomeno d’altri tempi e (in una certa misura a ragione) che sono finiti con il minimalismo degli anni novanta, con il grunge e l’inizio di un’epoca cosmopolita dove non c’è più spazio per il fanatismo filoamericano o l’amarcord per l’Inghilterra dei Sex Pistols.

Difficile dire se quell’era sia davvero tramontata o se semplicemente il concetto stesso si sia adattato al passare degli anni. Quel che appare evidente è che l’idolo post millennium bug ha l’aspettativa di vita di un batter di ciglia. Nuove icone vengono erette su piedistalli di cristallo con la velocità del fulmine e dimenticati con altrettanta rapidità, sospinti non tanto da meriti o demeriti conquistati sul campo, ma da fenomeni dubbi ed incidentali al limite del meteorismo. In questo amaro scorrere del tempo e mutare di mode ed usi, rimangono saldi solo gli idoli eretti in decenni ormai lontani, costituiti forse di materie più solide.

Si tratta di un pantheon sempre più ristretto dove nomi come Ozzy Osbourne, Iggy Pop, Alice Cooper, Aerosmith, Ac/Dc e pochi altri regnano indisturbati. Idoli capaci di sopravvivere a tutto e tutti, ma tutto sommato un motivo c’è. Hanno creato il trend, dettato le regole del gioco, diretto lo spettacolo ed inciso capitoli della musica senza età. Alcuni di loro hanno persino saputo mantenersi al passo coi tempi, il più delle volte anticipandoli, tramutando in oro qualsiasi cosa toccassero compresa la…

SPAZZATURA ANNI OTTANTA

A vent’anni dal proprio esordio, con già la bellezza di diciotto dischi alle spalle, Alice Cooper si riaffaccia sulle scene internazionali con un disco che si finge piccolo e di poche pretese fin dal titolo. “Trash” probabilmente non conquisterà mai il cuore della critica, che vi leggerà una scelta commerciale fin troppo studiata ed easy click, ma fa immediatamente breccia il quello dei fan e non solo. Siamo sul finire degli anni ottanta e il mercato è ormai saturo di dischi ad alta “digeribilità”. Glam e AOR hanno fatto scempio di ogni pretesa di spessore. Formalmente non c’è poi molto di diverso nel platter in questione eppure la sostanza è tutta un’altra cosa.

La produzione del disco viene affidata a Desmond Child, una sorta di Rick Rubin dell’epoca, capace di garantire la top ten. Le collaborazioni si sprecano coinvolgendo nomi come Bon Jovi, Steven Tayler e Steve Lukather dei Toto, tutti già sotto l’ala protettrice del produttore. Cooper dal canto suo ci mette una serie di liriche sporche e politicamente scorrette al punto giusto, che a quei tempi si potevano sentire solo nei dischi di musica ben più estrema. L’attitudine da shock rock, di cui Mr. Nice Guy è stato fin dagli albori uno dei principali araldi, completa la ricetta.

A partire dall’opener “Poison” il disco riesce a mettere ben in chiaro lo spirito dell’operazione, sdoganare il lato più scomodo ed imbarazzante dei pruriti umani sbattendoli in pezzi da hit parade. Il brano avrà anche il sostegno di un video clip promozionale che passerà dal subire pesanti critiche all’essere censurato (difficile capirne il motivo oggi, ma c’è se non altro di che rifarsi gli occhi); come si suol dire è tutta pubblicità. “Spark In The Dark” è il primo vero singolo apripista estratto dall’LP. Le emittenti specializzate lo fanno girare a ciclo continuo e in breve diviene un tormentone scala classifiche. Il pezzo ha il gusto di un bicchiere di bourbon buttato giù alla goccia, con una struttura estremamente semplice e “ficcante”. A dirla tutta ricorda da vicino alcune produzione targate Bon Jovi di soli pochi anni prima, ma con una marcia in più conferita dalla pesantezza delle chitarre e dalla voce graffiata di Cooper. “House Of Fire” fa il pari con la precedente, per poi passare alla prima ballad “Only My Heart Talkin'” tutta stile ’80. Un duetto indimenticabile tra Cooper e Tayler (Aerosmith) che solo per urletti e vocalizzi probabilmente ha strappato da solo più intimo che tutti i dischi di Justin Timberlake messi insieme.

La mid tempo “This Maniac's In Love With You” esprime tutta la carnalità stampata sul vinile. La title-track non è il momento migliore del disco, ma si lascia ascoltare. Fa molto meglio la seconda ballad “Hell Is Living Without You”, non solo eseguita, ma questa volta anche composta, con la collaborazione di Jon Bon Jovi e Richie Sambora. Il risultato di tanto sforzo si sente, seppure oggi soffra un po’ l’età. L’adrenalinica “I’m Your Gun…” chiude danze in bellezza con quello che è forse il momento migliore di tutto il set. Spingendo sul pedale dell’acceleratore “Trash” ci lascia cosi con la voglia di riascoltarlo da capo fino a consumare il lettore.

Alice Cooper risorgeva da un decennio tutto sommato non dei più brillanti, ripulendo quel tanto che basta la propria immagine e lucidando cosi a dovere la doratura dell’idolo. Un album vitale intriso di energia che ben chiarisce i motivi del mito. Prova superata, abbiamo toccato l’idolo ma la doratura è rimasta intatta.



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