Nightwish
Century Child

2002, Spinefarm Records
Symphonic Metal

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 21/11/11

Only innocence can save the world...

È un dato di fatto: nella storia di ogni grande band che si rispetti, prima o poi, sopraggiunge il classico “momento di crisi” che mette il gruppo con le spalle al muro e lo costringe a fare i conti con la realtà dei fatti. La dura legge del rock ha colpito anche i Nightwish, che nel 2002 attraversano la loro prima fase di paure ed incertezze (non ci è dato sapere se ce ne fossero già state altre in passato), fino a considerare l'ipotesi di un esilio definitivo dalla scena che in breve tempo li ha visti ascendere verso l'Olimpo del metal sinfonico. Con l'inaspettato successo di un disco ultra-acclamato (“Wishmaster”) e di un massiccio tour mondiale da bissare, la dipartita del bassista Sami Vänskä e la decisione di Tarja Turunen di trasferirsi provvisoriamente in Germania per perfezionare i propri studi in ambito operistico, il futuro della band appare piuttosto incerto, ma il buon Tuomas Holopainen non si perde d'animo e, ispirandosi ai recenti avvenimenti, riversa sul pentagramma le parole, le note, le immagini più oscure e disilluse di un'intera carriera. Per il poeta è arrivato il momento di sconfiggere i propri fantasmi, di tornare a tuffarsi nell'oceano dei propri ricordi, per recuperare la sola arma in grado di salvare la propria creatura: l'Innocenza.

A fronte di tutto ciò, “Century Child” non nasce soltanto come il più cupo e malinconico tra i full length del quintetto finlandese, ma anche come primo, timido passo verso ciò che i Nightwish diventeranno in un futuro immediato, nonché come punto di non ritorno rispetto alle sonorità power lambite dai primi tre lavori. Forti dell'ingresso del talentuoso bassista e vocalist Marco Hietala (già in forza a due band piuttosto note quali Sinergy e Tarot), Tuomas e compagni si addentrano in territori oscuri, dove cori ed orchestre tingono di intensità gotica le evoluzioni della tastiera e del pianoforte, dove le chitarre di Emppu si fanno rabbiose, dove le vocals maschili e il basso diventano per la primissima volta elementi portanti del sound dei Nostri. La stessa Tarja, accusata in passato di manierismo ed eccessiva freddezza, si abbandona candidamente ad un'interpretazione più leggera, soave, talvolta quasi sussurrata, regalandoci la sua migliore performance di sempre.

Tra le pieghe di quest'album emergono alcuni tra i cavalli di battaglia e i brani più emozionanti mai composti dal signor Holopainen; le vette di poeticità e di simbolismo condensate in questi cinquanta minuti di passioni, lacrime e sospiri difficilmente torneranno a costellare il cielo della formazione di Kitee. Basti pensare al pathos e alla drammaticità di “Beauty Of The Beast”, una suite che racchiude nei suoi tre movimenti l'essenza più autentica dell'immaginario dei Nightwish; l'amore non corrisposto, l'innocenza perduta, la fragilità del cuore, la seduzione del peccato, l'incompiutezza della propria opera artistica: ogni tassello del bagaglio lirico-musicale di Tuomas ricorre in questa meravigliosa composizione e viene esaltato da un impianto sonoro che, nella miglior tradizione della colonna sonora hollywoodiana, esplode in un climax di fantasmagorica inquietudine, si dilata, si contorce su se stesso, muore e rinasce delle proprie ceneri per poi svanire in un finale di pura epicità.

È chiaro che non basta una chiusura al cardiopalma - seppur impeccabile - per definire un album un autentico capolavoro, ma i Nightwish non sono degli sprovveduti e in “Century Child”, a differenza di quanto poteva accadere in passato (e di quanto accadrà in futuro), non sbagliano un sol colpo. La scalata al successo, come ben sappiamo, porterà i Nostri a viaggiare verso orizzonti sempre più epici ed orchestrali, ma, laddove “Once” e “Dark Passion Play” li trasformeranno in una band dai risvolti “pop” e mainstream, “Century Child” rimane tutt'oggi il capitolo più credibile e incorrotto della loro discografia.

Dal magico cilindro di Tuomas, ecco quindi sbucare una serie di pezzi destinati a scrivere la storia del symphonic metal: la power ballad “Ever Dream” (forse il momento più vissuto dell'intero disco), l'inno all'introspezione e all'amor fati di “Ocean Soul”, il walzer luciferino di “Bless The Child”, la rabbia tagliente di “Slaying The Dreamer” (quasi un tributo in chiave operistico-orchestrale ai Metallica dei tempi d'oro), il picco di sensualità di “Feel For You”... E ancora, gli effetti pirotecnici di “End Of All Hope”, la teatralità di “The Phantom Of The Opera” (riuscitissima cover del celebre brano tratto dall'omonimo musical di Andrew Lloyd Webber), il power intriso di malinconia di “Dead To The World”, i romantici tramonti di “Forever Yours”, dove il tin whistle e la dolcezza della voce di Tarja ci cullano delicatamente, come la calma che, immancabile, accompagna la fine di ogni tempesta.

Alla fine di questo burrascoso viaggio interiore, l'io lirico del poeta, rinato nelle candide vesti di una fanciulla paradisiaca, raccoglie dalle acque cerulee ed immacolate di un lago incantato una meravigliosa rosa nera, senza sapere che le sue stesse spine torneranno molto presto a ferirlo...





01. Bless The Child
02. End Of All Hope
03. Dead To The World
04. Ever Dream
05. Slaying The Dreamer
06. Forever Yours
07. Ocean Soul
08. Feel For You
09. The Phantom Of The Opera
10. Beauty Of The Beast

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