Evanescence
Evanescence

2011, Wind-Up Records/EMI
Gothic

Cinque anni di attesa mal ripagati: ecco la "svolta" degli Evanescence
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 11/10/11

Ci sono voluti ben cinque anni per dare alla luce questo disco e oggi, finalmente, il “miracolo” può considerarsi compiuto: il quintetto statunitense torna sulle scene e regala al mondo la terza fatica discografica di una carriera di certo non priva di alti e bassi... Impossibile, quando si parla di Evanescence, dimenticare una hit single del calibro di “Bring Me To Life”, i venti milioni di copie venduti da “Fallen” o l'affetto incondizionato dei fan in ogni angolo del pianeta, controbilanciati, purtroppo, dall'estenuante attesa intercorsa tra la pubblicazione di “The Open Door” e l'uscita del nuovo album omonimo, più e più volte ritardata a causa di continui cambi di rotta e di innumerevoli dissapori intestini che hanno profondamente modificato l'assetto della formazione capitanata dalla carismatica Amy Lee. Dopo le violente scosse di assestamento degli ultimi tempi (per un certo periodo le sorti della band sembravano addirittura incerte), gli Evanescence hanno tuttavia (ri)trovato la quadratura del cerchio: accantonato il progetto iniziale, che vedeva tra i propri fautori il produttore Steve Lillywhite e andava a toccare territori più vicini alla musica elettronica che al rock comunemente inteso, la band originaria dell'Arkansas si è unita attorno ai propri membri (gli stessi musicisti che avevano preso parte all'ultimo tour del 2007) ed ha cominciato a riconsiderare i propri punti di forza. Guidati dalla mano esperta di Nick Raskulinecz (Deftones, Alice In Chains, Rush, Foo Fighters), Amy Lee e compagni hanno così riscoperto l'essenza della propria anima rock e quello che oggi possiamo stringere tra le mani, stando alle recenti dichiarazioni dei Nostri, è il risultato del lavoro di una squadra coesa e più che mai affiatata.

Come recita un noto proverbio, “tutto è bene quel che finisce bene”, ma è veramente il caso di parlare del disco in termini entusiastici? Il dubbio sorge spontaneo dando un'occhiata alla copertina, frutto di un lavoro grafico elementare, scarno e quanto mai banale, che potrebbe indurci a pensare che la band (o chi per essa) abbia optato per una soluzione frettolosa pur di non dilatare ulteriormente i tempi d'attesa. La stessa sensazione sgradevole è amplificata dal brano scelto per lanciare il disco e - obbiettivo ancor più difficile - riportare il nome degli Evanescence sulla bocca di tutti. “What You Want” tradisce ogni aspettativa e fa colare a picco gli standard qualitativi ai quali i Nostri ci hanno abituati in materia di singoli: tra riff di chiara ispirazione nu metal e qualche sparuta tastiera, Amy Lee incastona delle linee vocali talmente maliziose ed easy-listening (ma prive dell'appeal e dell'interpretazione drammatica che hanno reso celebre la bella artista di Little Rock) da trasformare l'intera canzone in un tripudio di fiacchezza generale.

Se anche volessimo chiudere un occhio su questi aspetti marginali, il full length non brilla per chissà quale merito e il gran parlare che ne è stato fatto, alla luce dei dodici pezzi che lo compongono (sedici per chi decidesse di acquistare la versione deluxe), appare fin troppo fuori luogo. Cosa aspettarsi, dunque, dal disco? Innanzitutto scordatevi il pathos, la ricercatezza e gli arrangiamenti orchestrali di “The Open Door”, così come l'immediatezza e le atmosfere oscure di “Fallen”, perché in questo “Evanescence” non troverete nulla (o quasi) di tutto ciò. Niente di grave fin qui: che Amy Lee avesse deciso di reinventare il proprio sound è un dato di fatto e la volontà di cambiare pelle, per ogni artista che si rispetti, è cosa lecita. Purché la trasformazione coincida con un effettivo miglioramento della proposta... Gli Evanescence, evidentemente, hanno dimenticato questo passaggio, andando a confezionare un album spudoratamente “americano” che ristagna su un lotto di canzoni prevalentemente insipide e prive di nerbo.

La partenza non è esattamente delle migliori: dopo il tour de force di “What You Want”, “Made Of Stone” si trascina tra riff polverosi e ritornelli più acidi che romantici (pare quasi di ascoltare una versione femminile degli ultimi Alice In Chains), per rialzarsi solamente grazie ad un bridge per soli pianoforte e voce seguito da un breve assolo di chitarra nei quali, per un attimo, sembra di scorgere la band di qualche anno fa. “The Change” parte leggermente meglio grazie ad una strofa atmosferica che evolve attorno ad un pre-chorus energico e ad un ritornello in your face, nonostante in questi contesti puramente rock le linee vocali di Amy non facciano mai gridare al miracolo. A questo punto, “My Heart Is Broken” giunge come manna dal cielo per regalarci una band in gran spolvero: la voce si fa dolce, sofferta, palpitante, mentre il pianoforte esplode in un riff da manuale, tracciando il filo conduttore del brano, una power ballad eccezionale ed emozionante, tranquillamente accostabile ai grandi classici degli Evanescence. Purtroppo l'altra faccia della medaglia è rappresentata da “The Other Side”, un brano che vorrebbe tanto puntare sul groove ed esaltare le doti esecutive di Will Hunt (batteria), Tim McCord (basso), Terry Balsamo e Troy McLawhorn (chitarre), ma che suona come la peggiore b-side dei Korn. Difficile capire l'utilità di un episodio come questo all'interno di un disco pieno di momenti morti; altrettanto difficile esaltarsi per un'anonima “Erase This”, ideale ponte tra la nuova dimensione rock della band e l'anima più gotica del passato, con il pianoforte bene in evidenza, che tuttavia paga lo scotto di un ritornello veramente inconsistente (stesso discorso per quanto riguarda “Sick”, mentre per “End Of The Dream” il giudizio è leggermente migliore, pur rimanendo su livelli di songwriting abbastanza ordinari). Da qui in avanti, per fortuna, incontreremo alcuni tra i pezzi più belli del disco.

Profusioni di malinconia sulle note di “Lost In Paradise”, classica ballad in stile Evanescence i cui ritornelli ed arrangiamenti d'archi torneranno a far palpitare i cuori di coloro che, a suo tempo, si innamorarono di “My Immortal” e “Lithium” (impossibile non emozionarsi su queste liriche: “I have nothing left / And all I feel is this cruel wanting / We've been falling for all this time and now / I'm lost in paradise”). Spezziamo quindi una lancia in favore di Amy Lee, che dimostra, grazie a brani come questo, di essere un'artista veramente abile nella scrittura di ballate cariche di drammaticità. “Swimming Home”, la gentile carezza destinata a salvare, insieme a pochi altri pezzi, le sorti di un disco fin troppo controverso, è la piccola perla sperimentale dell'album: su una dolce progressione dell'arpa (strumento del quale Amy sembra essere parecchio infatuata ultimamente, tanto da decidere di imparare a suonarla) vellutati arrangiamenti elettronici ed ariose linee vocali ci offrono uno dei momenti più intensi del disco e di tutta la carriera della band. Immaginate che l'animo più etereo degli Evanescence si fonda con le atmosfere della Björk di “Vespertine” e con l'anima celtica di Loreena McKennitt ed otterrete un quadro sonoro perfetto che porta lo stesso titolo di questo brano. Discorso a parte per “Oceans” e “Never Go Back”, in definitiva le uniche due canzoni della svolta rock veramente riuscite di “Evanescence”. La prima intervalla strofe incredibilmente energiche (accompagnate da un sintetizzatore vintage in sottofondo) a ritornelli di grande impatto ed evoluzioni strumentali per tutta la durata della traccia, mentre la seconda è un crescendo di emozione che consente alla sessione ritmica persino qualche variazione in territori metal, oltre a lasciar spazio ad un ottimo arrangiamento d'archi e ad una performance vocale finalmente degna della nomea della band.

Abbiamo aspettato ben cinque anni per questo “Evanescence” e ora che possiamo finalmente toccare con mano il cd è difficile ritenersi pienamente soddisfatti a causa dei suoi contenuti estremamente discontinui e altalenanti. Da una parte abbiamo una manciata di canzoni che non sfigurano affatto nella discografia dei Nostri e che continueremo ad ascoltare con estremo piacere, dall'altra una buona fetta di composizioni insipide, talvolta addirittura raffazzonate e ulteriormente penalizzate dall'interpretazione di Amy Lee, che sembra aver perso lo smalto dei bei tempi (un difetto, questo, riscontrabile anche nei suoi testi). Purtroppo la bilancia pende paurosamente dalla loro parte e, per tutti questi motivi, non possiamo andare oltre la sufficienza al momento di valutare un album che, nonostante gli implacabili entusiasmi della band e dei fan, getta più di un'ombra sulla credibilità artistica e sul futuro degli Evanescence.





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