Machine Head
Unto The Locust

2011, Roadrunner Records
Thrash

Personalità e qualità. I Machine Head si confermano e stupiscono.
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 26/09/11

Sono stati quattro anni a dir poco intesi per i Machine Head. Dalla pubblicazione di “The Blackening” nel marzo del 2007, i nostri sono stati investiti in egual misura da onori ed oneri: caterve di riconoscimenti dai vari magazine del pianeta, fan adoranti in ogni dove, classifiche di vendita scalate, arene gremite, ma anche massacranti e continui tour mondiali e festival, organizzati ad hoc per “cavalcare” il mostruoso successo, che avrebbero potuto mettere in ginocchio musicisti non così esperti e collaudati alla vita on the road come gli americani. Simpatici a tal proposito i siparietti antecedenti alla videointervista fatta ad Adam Duce nel febbraio del 2010, con un Flynn che si aggirava nei meandri dell'Alcatraz in “modalità zombie” e beverone dei caffè in mano, mentre si accingeva alle prove, o gli occhi gonfi dello stesso Duce e della crew appena svegliatasi sul tourbus nel tardo pomeriggio. Senza dimenticare i continui svenimenti sul palco di Phil Demmel, uno dei quali proprio a Milano.

Tutto questo non ha certamente aiutato i Machine Head in quella che era, già in partenza, una missione difficilissima, dare un seguito a un capolavoro entrato nella storia del metal moderno come “The Blackening”, un nuovo album che appariva penalizzato ancor prima di nascere nelle aspettaive di tutto il pubblico. Difatti la principale domanda che girava sottovoce tra i sostenitori era in buona sostanza quanto fosse meno bello “Unto The Locust” rispetto al capolavoro precedente. La risposta fortunatamente è confortante: non siamo a quei livelli, ma lo standard rimane comunque altissimo. I nostri si sono dimostrati intelligenti nel non riproporre la stessa formula di “The Blackening”, ben sapendo di non poter eguagliare tale picco creativo, muovendosi quindi nell'unica direzione possibile: cambiare.

La base di partenza per “Unto the Locust” è la stessa, non si scappa. Il thrash carico di groove dei Machine Head c'è sempre, però questa volta Flynn e compagni hanno dato un taglio decisamente più epico e magniloquente al lavoro, andando ad esplorare soluzioni strumentali e canore abbastanza distanti dai lavori passati. La cosa che salta più all'occhio è la grande ricerca melodica compiuta in ogni brano di “Unto the Locust”, con ritornelli e anthem che sicuramente faranno capolino on stage, ma che potrebbero destabilizzare più di un ascoltatore. Pur nella rinnovata potenza e ferocia insita nei Machine Head, non vi è episodio nella tracklist in cui la melodia non si insinui in modo importante, in particolar modo concentrandosi a livello vocale: crediamo infatti che ascoltare i refrain di “This Is The End” sarà una bella sorpresa per tutti quanti.

Melodia ma non solo, la band ha osato maggiormente. “Unto the Locust” perde un brano rispetto a “The Blackening”, ma vede una lunghezza media sempre importante, in cui il songwriting diviene ancor più studiato, con una serie di sali/scendi emotivi di grande impatto, sfuriate ferine intervallate da stacchi acustici piazzati sempre al posto giusto. È come se la band avesse alzato la cifra tecnica dell'insieme, con la coppia Flynn/Demmel a lanciarsi in lunghi assoli incrociati e splendide fughe chitarristiche. Un album che mostra un lato più ricercato dei Machine Head, con i consueti intro/svolgimento/outro ancor più strutturati, vedi la monolitica traccia d'apertura “I Am Hell (Sonata in C#)”, entrata di diritto nelle grandi opener degli americani. Una mini suite divisa in tre movimenti (“Sangre Sani”, “I Am Hell”, “Ashes to the Sky”), in cui un inedito Flynn ci accoglie con un un ipnotico “Sangre Sani” ripetuto a modi mantra, per poi sviluppare un bellissimo cantato a cappella, preludio a una progressione strumentale di altissimo livello, che andrà poi a concludere in un finale di grande impatto. Un disco che necessita di un'apertura mentale maggiore rispetto a un classico lavoro dei Machine Head, “Unto the Locust” appaga la voglia di violenza senza alcun dubbio, ma subordinandola a una continua propensione melodica, che a volte diviene la principale protagonista: la “ballata” “Darkness Within” ne è un esempio lampante. Un brano che prende corpo col passare dei secondi, con Flynn assoluto protagonista nei primi minuti, dal cantato malinconico, su cui si inseriscono via via tutti gli strumenti, in uno dei momenti migliori dell'opera. Per non parlare della conclusiva “Who We Are”, dove un coro di voci bianche (in realtà i figli di Flynn, Demmel e di Urteaga, impegnato nel mixaggio) rompe il silenzio, seguito a ruota dallo stesso Flynn in uno dei ritornelli più melodici e coinvolgenti dell'intera carriera. Non una conclusione come “A Farewell To Arms”, ma un commiato molto particolare, il brano che più rispecchia la nuova direzione intrapresa dai Machine Head.

Come al solito di carne al fuoco ce n'è moltissima, la qualità non manca, le prestazioni strumentali sono sempre superlative, come la produzione. Una grande prova di maturità e di personalità per i Machine Head, bravi a non cadere nel trappolone e far sì che “Unto The Locust” non venga ricordato solo per essere “il disco dopo The Blackening”. Il passato è andato, ora è il momento di affrontare la realtà... E non poteva essere più gratificante.



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