Kasabian
Velociraptor!

2011, Columbia Records
Alternative Rock

I Kasabian superano se stessi con il loro quarto disco "Velociraptor!"
Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 15/09/11

Giunti al grande successo internazionale nell'arco di soli sette anni, gli inglesi Kasabian pubblicano in questo 2011 il quarto album in studio, "Velociraptor!". La loro carriera in rapidissima ascesa è stata sicuramente agevolata da un sound fresco e decisamente alternativo che ha attirato parecchie attenzioni sulla band. Anche l'etichetta di "eredi degli Oasis" che loro stessi si diedero (cosa poi ampiamente smentita da una proposta musicale ben più articolata) ha generato un certo tumulto mediatico, con conseguente passaparola da parte del pubblico.

Forti di un sound estremamente personale, un cocktail perfetto di indie rock, britpop e una giusta dose di elettronica, i Nostri ritornano a due anni dalla precedente pubblicazione con un album a dir poco esplosivo, uno degli aggettivi che meglio descrivono "Velociraptor!". Questo è infatti un disco che cattura l'attenzione dell'ascoltatore fin dalla prima traccia "Let's Roll Like We Used To", brano che introduce molte delle sonorità che caratterizzano la proposta dei Kasabian. Dall'inserimento di una tromba in stile Ennio Morricone, all'aria orientaleggiante che si respira nei primi secondi, si passa ad un sound più retrò, quasi anni '60/'70, che perdura nelle seguenti tracce. Una delle caratteristiche principali dei Kasabian è l'ampio uso dell'elettronica in stile Chemical Brothers (di cui Pizzorno, uno dei componenti della band, è un grande fan), mischiata con il loro indie rock in maniera eccelsa. A dire il vero, nelle prime quattro tracce questa è messa un po' in secondo piano per lasciare spazio ad un rock un po' più tradizionale (ma le basi si sentono eccome, così come i pesanti effetti applicati alla batteria e agli altri strumenti, voce compresa, seppur in quantità minore). "Days Are Forgotten", canzone già rodata in radio e in sede live, cattura l'ascoltatore in una sorta di viaggio (o per meglio dire di un trip da acido) anche grazie all'incredibile orecchiabilità del brano. Il ritornello entra in testa e non ne esce per un bel po'. "Days Are Forgotten" è probabilmente il pezzo più accattivante di tutto il disco, perfetto come singolo di apertura, oltre ad essere un bel riassunto di quello con cui si avrà a che fare una volta che ci si accingerà ad ascoltare l'album nella sua interezza. Nei suoi cinque minuti, "Days Are Forgotten" racchiude l'anima sperimentatrice del CD e mescola perfettamente l'indie rock con quel tocco di pop che da anni rappresenta il fulcro della proposta musicale della band delle Midlands inglesi.

"Goodbye Kiss" e "La Fée Verte", oltre ad essere due pezzi lenti, fungono quasi da spartiacque per l'album. Il sound cambia radicalmente dopo questi brani. Il primo è una classica ballata acustica accompagnata da un quartetto d'archi; una combinazione che non passa mai di moda. "La Fée Verte" è invece un po' più particolare: lenta sì, come la precedente, ma l'elettronica si sente molto di più in questo caso ed è una sorta di tributo al sound dei Beatles di Sgt. Pepper, estremamente mutevole nel suo essere comunque molto compatta e coerente con se stessa. Tutt'altra cosa sono invece le tracce che seguono. La title track è un pezzo dominato da grandi contaminazioni. L'elettronica torna in maniera dirompente sia nelle basi che nei filtri, pur stemperata da un'anima rock molto preponderante. Ma la vera apoteosi della sperimentazione arriva con "Acid Turkish Bath (Shelter From The Storm)", che, per chi ha una vaga familiarità con i The Chemical Brothers, ricorda da lontano la chilometrica "Private Psychedelic Reel". Il sound nettamente orientaleggiante, sapientemente mescolato a quello tipico dei Kasabian, rende questo brano estremamente particolare; anche la duttilità della melodia, che viene sfruttata in tutti i modi, sia con l'utilizzo degli strumenti tradizionali (archi, chitarre, bassi...) che con un evidente intervento di synth, ha un che di straordinario per gli standard della musica moderna. Non è certamente un brano facile, ma una volta metabolizzato, cattura l'ascoltatore e lo spinge ad un ascolto più accurato. Da qui ha inizio un'inesorabile ascesa verso l'elettronica più pura, pur rimanendo ancorati a una solida base rock. Spicca tra queste ultime canzoni "Re-Wired", brano che si distingue per la semplicità con cui si possono cogliere le varie influenze della band mescolate tutte insieme in maniera estremamente armoniosa, in modo che una non escluda o prenda il sopravvento sull'altra. Estremamente interessante anche la chiusura, "Neon Noon", a metà strada tra una ballad acustica e un brano scritto da Vangelis, a rendere il tutto leggermente fantascientifico e irreale.

Tirando le somme, "Velociraptor!" è un ottimo disco. La contaminazione di generi così differenti rende le composizioni interessanti sotto ogni punto di vista, sia per un amante dell'indie rock che per un aficionado dell'elettronica. Peccato per il leggero calo nell'ultima parte del disco ("Man Of Simple Pleasures" non è certamente un grande capolavoro e stona un po' nel contesto generale), ma non è una sola canzone al di sotto delle aspettative a pregiudicare la resa di un album nella sua interezza. I Kasabian si confermano quindi tra i migliori esponenti del panorama alternative/indie rock, anche grazie alla loro grande capacità di reinventarsi senza sacrificare la propria identità.



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