Anathema
Falling Deeper

2011, Kscope Music
Alternative Rock

Un mirabile quanto fine a se stesso fanservice ad opera della premiata ditta Cavanagh
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 05/09/11

Prima di affrontare la recensione di quest'ultima fatica discografica degli Anathema, è per me necessario fare una pedante e scontata introduzione riguardo a come la musica dei fratelli Cavanagh sia, con gli anni, incredibilmente mutata da un oscuro e crepuscolare doom metal ad un progressive rock di gran classe, tanto emozionale quanto splendidamente intenso; una forma musicale che nasceva con il seminale “Alternative 4”, per crescere meravigliosamente con opere altamente significative come “A Natural Disaster” ed “A Fine Day To Exit”, fino ad arrivare alla luminosissima esplosione dello scorso “We're Here Because We're Here”.

Diciamocela tutta: la vera dimensione sonora degli Anathema, in fondo, è proprio questo progressive rock fortemente venato di malinconia, tanto che i Nostri, già nel 2008, ci proposero alcuni brani del loro periodo intermedio riletti nella nuova chiave sonora di “Hindsight”. “Falling Deeper” è un'opera che prosegue là dove “Hindsight” si era interrotto, proponendo il repertorio più antico (si parte dall'EP d'esordio “Crestfallen” per arrivare a “The Silent Enigma” del 1995), riletto seguendo gli standard musicali più attuali della band di Liverpool.

Ora, conoscete la parola fanservice? Il fanservice è quell'operazione che porta alla nascita di un'opera d'arte che fa di tutto per compiacere, spesso a sproposito, spesso prevedibilmente, una fascia ben identificabile di utenti verso cui il prodotto è destinato. Ecco, “Falling Deeper” è puro fanservice, poiché si limita a riproporre brevi fraseggi dei brani originali quale puro pretesto per poter innestare i tipici elementi che portano gli Anathema ad essere universalmente apprezzati oggi, per cui via al largo uso del reverse “anathemiano”, ma anche dell'elemento che tanto abbiamo amato su “We're Here Because We're Here”, ovvero le preziosissime orchestrazioni di Dave Stewart. Sulla carta, tutto funzionerebbe a dovere, d'altronde gli Anathema non sono la prima band che ama riproporre brani del proprio passato remoto arricchiti di nuova consapevolezza musicale (si veda, ad esempio, il mirabile “Hvarf/Heim” dei Sigur Rós), ma i problemi, in questo inciso, sono molteplici.

Partiamo col dire che, dilatando sino all'inverosimile brevi fraseggi dei brani musicali originali piuttosto che ricostruirli da zero (ad eccezione della conclusione di “Sunset Of Age”), il lavoro finale non può che essere fuori fuoco, disperso, privo di significato ed orientato verso arrangiamenti classici che sostituiscono completamente non solo il doom metal della veste sonora originale, ma anche il prog rock attuale (scordatevi le chitarre, le sentirete in qualche modo protagoniste solamente sulla già citata “Sunset Of Age”). Quindi, una certa spersonalizzazione di fondo, per cui sulla rilettura di “Alone” ed “Everwake” pare di sentire i The Gathering, effetto amplificato a dismisura dall’effettiva partecipazione di Anneke van Giersbergen nel ruolo di eccellente guest vocalist. Infine, inutile nascondersi dietro ad un dito: per quanto imponenti – musicalmente parlando – gli Anathema siano oggi, viene sinceramente da chiedersi quale sia l'utilità di un'opera discografica come questa, che non solo non propone nulla di nuovo, ma che dura pure relativamente poco (il minutaggio dei brani originali è stato drasticamente ridotto) e che viene venduta a prezzo pieno (nonostante la mirabile confezione, che riprende in tutto la grafica del predecessore col suo bellissimo digibook – di nuovo fanservice), seguito di un esperimento discografico che, francamente, poteva pure risultare confinato a se stesso senza timore di fare un torto a chicchessia.

Insomma, “Falling Deeper” è certamente un compitino svolto con perizia di mezzi e certosina attenzione, ma anche sufficientemente manieristico. Non possiede minimamente il potere di convincere i fan di vecchia data degli Anathema della bontà della forma della band attuale, né di creare nuovi proseliti, i quali, certamente, non possono rimanere né folgorati né abbagliati da questo disco (un atto che, praticamente, è naturale ascoltando una canzone come “Dreaming Light” su “We're Here Because We're Here”). Aspettiamo, dunque, una vera e propria nuova prova discografica da parte degli Anathema, sperando che, grazie alla scusa di questo interlocutorio disco di rivisitazioni, non si debba aspettare pazientemente altri quattro anni. C’è chi, vedendo la parziale opera di riciclaggio degli inediti di “Hindsight” su “We’re Here Because We’re Here”, già urla alla morte dell’ispirazione della band della premiata famiglia Cavanagh; un disco come questo, purtroppo, non fa altro che irrobustire la loro tesi…



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