Peter Gabriel
So [Reissue]

2002, Geffen Records
Prog Rock

Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 26/07/11

Sedersi davanti ad un computer e scrivere la recensione di un qualsiasi album di Peter Gabriel è sempre difficile. Un po' per il peso del nome e l'importanza artistica assunta da questo musicista negli ultimi quarant'anni, un po' per la difficoltà effettiva nel trovare le parole per descrivere la sua musica. Uscito nel 1986, "So" è il quinto album di Gabriel dopo l'uscita dai Genesis, il primo ad avere un titolo vero e proprio (i quattro dischi che lo hanno preceduto erano degli omonimi, identificati solo con un numero). Già dal primo ascolto è palese come nel disco si mescolino molti elementi differenti, come l'uso di strumenti estranei al mondo del rock e di voci "etniche", con il tipico sperimentare che ha reso celebre l'ex-frontman dei Genesis. Inoltre, Gabriel porta avanti il suo interesse per la world music, già esplorata nel precedente "IV" e gioca con uno stile più diretto che a tratti ricorda il synth pop.


Il disco è un conglomerato di tutte le influenze che l'artista ha accumulato nel corso degli anni, dall'ambient al pop, con una fortissima presenza di elementi di world music. L'attitudine progressive di Gabriel, autore o co-autore di tutti i brani, rimescola con sapienza questi aspetti così diversi e crea un sound nuovo che padroneggia con maestria. Con apparente semplicità riesce a gestire le diverse ascendenze, ricreando atmosfere eteree come in "Red Rain", grazie anche all'uso dell'effetto "gated drum", un sistema di registrazione della batteria molto in voga negli anni '80 che crea il riverbero caratteristico, e in "Mercy Streets", uno dei brani maggiormente toccati dalla world music e dall'ambient, il quale si regge quasi esclusivamente su un oculato uso del sintetizzatore e sulle percussioni che creano la melodia su cui la voce di si inserisce quasi in un sussurro, dando quasi l'idea di ascoltare la colonna sonora di un sogno.

Oltretutto, per questo quinto album solista, Gabriel si avvale anche di collaboratori eccellenti, il primo ha anche l'onore di aprire l'album: il tintinnare dell'hi hat (uno dei componenti di una batteria, tra i più importanti) è di niente meno che Stuart Copeland, batterista dei Police. Questo strumento crea l'idea della pioggia che batte su un vetro, dando spessore e tridimensionalità al brano che fa da apripista e definendo nettamente la piega presa dal percorso di Gabriel nel nuovo album. Più in vista e riconoscibile è invece il duetto con Kate Bush nella ballata "Don't Give Up", che tratta temi molto forti, pregna di emozioni e lirismo, grazie sia al contrasto tra la voce maschile e femminile che al testo, ispirato alla piaga della disoccupazione in Inghilterra di quegli anni. Particolare è invece l'escursione nella motown con "Sledgehammer" e "Big Town", in cui si mescolano appunto la motown e il rock, ottenendo un risultato che sfiora la raffinatezza stilistica riuscendo a far convivere due generi così diversi, mentre per poco più di tre minuti "We Do What We're Told (Milgram's 37)" si entra nel mondo dell'ambient. Il titolo e lo scarno testo fanno riferimento agli esperimenti di uno psicologo americano svolti a partire dal 1961 sulla capacità umana di obbedire ad ordini moralmente considerati deprecabili.


Tutti questi elementi, così diversi e così particolari, si amalgamano in un album che a venticinque anni di distanza dalla pubblicazione si può definire storico, nonché attuale. Quarantasei minuti di pura sperimentazione che comprendono il meglio di uno dei decenni più controversi della musica a livello mondiale. Con "So", Peter Gabriel riesce ad integrare elementi totalmente antagonisti e a renderli co-protagonisti di un'opera centrale per la discografia dell'autore. Dai salti nella motown più pura, all'uso dei sintetizzatori fino all'esplorazione della world music, culminata nove anni dopo con la collaborazione con i "Deep Forest" per la colonna sonora di "Strange Days", ad una produzione che rasenta la perfezione, l'allora trentaseienne Gabriel riuscì a scrivere un album compatto e organico, cosa che tutt'ora riesce a pochi.





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