Slipknot
Slipknot

1999, Roadrunner Records
Nu Metal

Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 25/07/11

Nove elementi. Le tute. Le maschere. La musica. Non dovrebbe essere stato semplice per un redattore, dodici anni fa, scrivere alcune righe sul disco d’esordio degli Slipknot, ad oggi uno dei gruppi di punta del movimento alternative metal, uno dei pochissimi tra i sopravvissuti al calo fisiologico del genere all’epoca bollato come “nu”, grazie ad una capacità tecnica sopra la media (confrontate Mick Thomson e Jim Root con i chitarristi dei Korn, poi ne parliamo) e all’abilità di arricchire il proprio sound adattandolo alle novità ma mantenendo sempre uno stile riconoscibile. Da qualche anno ormai i nostri mascherati (purtroppo non più nove, data la prematura scomparsa del bassista e fondatore Paul Gray nel 2010), collezionano sold out ovunque ed ogni minima voce su di loro assume i connotati di un gossip musicale internazionale. Ma, come già accennato, nel 1999 si sarebbe potuto pronosticare uno scenario del genere? Facciamo un passo indietro, e proviamo quindi a recensire il disco nell’ottica di qualcuno che ascolta per la prima volta la band proveniente dall’Iowa, alla fine del secondo millennio, perché parlare di questo lavoro oggi è un conto, discuterne in quel contesto, un altro.

Contesto: parola chiave, perché siamo negli anni di massimo successo del già citato nu metal, con band quali Korn, Limp Bizkit e Deftones (mai considerati nu per quel che mi riguarda, ma siamo nel 1999! Quindi, dritti nel calderone, che tanto c’è posto per tutti), all’apice della carriera o in procinto di sfornare il proprio capolavoro, e per questo invitiamo al party anche i System Of A Down, dato che due anni più tardi si presenteranno sulla scena con quella perla a nome “Toxicity”. Di album fotocopie o quasi di quanto fatto dai leader del movimento ne escono a bizzeffe, e ad una primissima impressione uno potrebbe bollare anche “Slipknot” come semplice copia/incolla di qualche riff di matrice Korn, due versi rap a là Fred Durst e i tanto cari intermezzi curati dal DJ di turno. Ma è appunto una prima impressione, neanche tanto attenta per la verità: dopo l’intro infatti si scatena in tutta la sua furia “(sic)”, uno dei pezzi di maggior successo dei nove, frutto di un violento drumming di Joey Jordison e delle ritmiche di chitarra e basso, per non parlare poi di chi si sta sgolando dietro il microfono, quel Corey Taylor che urla come mai si era sentito fare nell’ambito dei gruppi più vicini agli Slipknot.

Ed è qui che già può sovvenire il primo dubbio: ma gli Slipknot sono davvero nu metal? Per quanto siano inutili tutti i giri di parole sui generi musicali (che in un mondo perfetto dovrebbero costituire un’indicazione di massima e nulla più, poi sta all’ascoltatore dotato di orecchi e soprattutto cervello capire se un gruppo è buono o meno), per il sottoscritto questi strani soggetti vestiti di tute e maschere non sono del tutto classificabili così. Ovvio, se si prendono singoli episodi come “Spit It Out” (dove su un riff crossover metal si sviluppa il cantato rap e guarda caso il testo è una sequela di insulti neanche troppo velati proprio verso Durst!), è logico associarli alla scena, così come altri momenti possono rimandare ai sofferti vocalizzi di Jonathan Davis dei Korn (“Scissors” su tutti), ma ripeto, c’è dell’altro, c’è la doppia cassa, c’è un riffing di chitarra che spesso sfiora i confini del death metal, ci sono aperture vocali melodiche grazie alla meravigliosa ugola di Corey (apprezzabile ancora meglio per quanto fatto con i più rock oriented Stone Sour), alternate a scream tutt’altro che radio friendly. Altri episodi come “Eyeless” (da ricordare l’inizio, con la sequenza di batteria jungle ad opera del dj Sid Wilson che viene poi raggiunto nell’esecuzione da un granitico riff) e “Surfacing”, il sempiterno inno dei maggots, cioè i fan degli Slipknot, per quel che Taylor grida nel ritornello (il “vaffa” verso il mondo intero, questo sì di nu metalliana memoria), non fanno altro che confermare quanto scritto in precedenza: gli Slipknot non sono soltanto un gruppo nu, nato per partenogenesi artistica dalle band che li hanno preceduti e capace miseramente di battere una strada già percorsa. In fondo c’era anche da aspettarselo: nove teste, per quanto affini musicalmente, portano in un gruppo miriadi di influenze personali che arricchiscono il sound ed evitano di renderlo stantio e banale.

Nel 2011 questo disco è, lo si voglia o meno, un masterpiece della moderna scena musicale pesante: gli Slipknot, come già detto, sono riusciti a sopravvivere reinventandosi e cambiando pelle, sfondando in territori più pesanti con il successivo “Iowa” e aggiungendo melodia, parti acustiche e assoli di chitarra nei seguenti lavori, anche se l’impatto avuto da questo debutto non è stato più replicato. Ma, e lo ripeto per l’ultima volta, l’esperimento della recensione era quello di valutare l’album come fossimo nel 1999... Quindi mi rialzo dalla sedia, turbato da quell’intro malatissima e travolto dall’incipit di “(sic)”, e vi consiglio di non perdere di vista questi baldi giovanotti cresciuti “in the middle of nowhere”, nel granaio degli U.S.A., perché magari fra qualche annetto ne risentiremo parlare.





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