Motörhead
Motorizer

2008, SPV
Hard & Heavy

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 04/04/09

E’ una gran faticaccia introdurre la recensione di una qualsivoglia realizzazione dei Motörhead, c’è niente che ancora non è stato detto a riguardo di un gruppo in piedi da trentatré anni e in grado di canalizzare l’attenzione di media e critica internazionale ogni qualvolta se ne esce con un nuovo compact disc? E magari vi aspettate che il disco non sia un semplice rimando a quello prima, a quello prima ancora o a quello di venti, trent’anni addietro? Illusi…

Motörizer, il ventiquattresimo sigillo, nel bene e nel male è tutto ciò che la discografia dei britannici ha saputo offrirci fino ad oggi, e mantiene uno standard qualitativo che non eguaglia quello dell’ottimo Inferno ma supera, anche se non di molto, quello dell’ultimo Kiss Of Death che non aveva generato poi troppe scintille.
Mikkey Dee è stato chiaro quando gli hanno chiesto di commentare il nuovo disco: “A kick ass moterfucking record”, c’è bisogno di tradurre?
In effetti Motörizer è un bel calcio nel culo (perdonate il francesismo, ma qui ci stava a pennello) a tutti coloro che davano i Motörhead per bolliti; qui c’è abbastanza materiale per incenerire istantaneamente la maggior parte dei cloni di un gruppo storico, di un gruppo che non retrocede di un solo millimetro.

Bene, riempite i calici di vino rosso e brindate ascoltando undici brani rozzi e movimentati, undici randellate che, almeno in questa occasione, non hanno nulla da spartire con il country rock sibilato nei capitoli antecedenti: velocità e potenza, è raccolto qui Motörizer. Lemmy lo conosciamo bene, il suo “cantato” è primitivo, quasi diseducato, ma che piacere sentirlo scorazzare sulle scattanti Runaround Man, Sing The Blues, When The Eagle Screams e Rock Out. Molto bene anche Cameron Webb, produttore confermato dopo i recenti consensi, che riesce nell’impresa di rendere ancora più corrosivo un sound che punge dall’intro all’outro. E che assoli Phil Campbell, come si suol dire: pochi ma (veramente) buoni. Calo fisiologico e ordinario nel finale di Time Is Right e di The Thousand Names Of God, niente che possa intaccare, in ogni caso, la bontà di un disco che convincerà.

Che altro volete sapere? I tre dell’apocalisse si imbarcheranno in un lungo tour negli States con Heaven & Hell e Judas Priest. Per ritrovarli in Europa bisognerà attendere la fine dell’anno; suoneranno insieme a Saxon e Danko Jones: prendere o lasciare, They Are Motörhead.




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