Symfonia
In Paradisum

2011, Edel
Power Metal

Recensione di Davide Panzeri - Pubblicata in data: 25/06/11

I Symfonia sono una superband formata nel 2010 da musicisti di tutto rispetto quali Timo Tolkki (Stratovarius, Revolution Renaissance), Andrè Matos (Angra, Shaaman), Jari Kainulainen (Stratovarius, Evergrey), Mikko Harkin (Sonata Arctica) e Uli Kusch (Helloween, Masterplan) recentemente sostituito da Alex Landenburg. Alcuni tra i più grandi alfieri del Power Metal anni novanta si sono riuniti per dare vita ad un nuovo progetto che potesse rilanciare i singoli nel panorama mondiale e che li facesse riacquistare la lucentezza perduta negli ultimi anni. “In Paradisum” vogliono arrivare, ma la scala che lo raggiunge è ripida e stretta, fatta di pericolosi ostacoli e tranelli.

Stratovarius, Angra, Sonata Arctica ed Helloween mescolati (ma non agitati) assieme per tentare di creare qualcosa di nuovo ma al tempo stesso anche per ricordare i tempi passati. Tra l’altro vorrei aggiungere che ci sono due correnti di pensiero che gravitano attorno a questo progetto: chi sostiene che Tolkki stia raschiando il fondo del barile creando progetti su progetti nella vana speranza di cavare fuori un ragno dal buco, e chi, fiducioso verso il chitarrista finlandese, gli ripone estrema gratitudine per le innumerevoli genialate musicali proposte durante il corso degli anni. Ovviamente siete liberi di schierarvi (o di non farlo affatto) dal lato che preferite senza però farvi offuscare il giudizio su questo nuovo lavoro.

“In Paradisum”, ve lo anticipo subito, è un album di buona fattura, con moltissimi picchi e vari punti morti che vanno a incidere purtroppo maggiormente sul risultato finale. L’inizio, affidato a “Fields of Avalon”, è scoppiettante e devastante. In un turbinio di colori ed emozioni, la spirale abilmente costruita da Timo Tolkki ci cattura e ci spedisce con nostalgica violenza negli anni novanta. I pensieri corrono e quasi una lacrimuccia comincia a scorrere sulla guancia. Tanti ricordi di quel periodo fiorente e brioso, tanta buona musica che ora si è persa con l’andare delle sabbie del tempo. Ero molto curioso di poter ascoltare Matos su canzoni prettamente più power rispetto ai suoi soliti standard (escludendo magari gli episodi di Avantasia), ed il risultato è stato un “bè, si, pensavo peggio onestamente”, l’ho trovato fuori posto in un paio di brani e a tratti mi sembrava quasi stesse scimmiottando il collega Timo Kotipelto; uno come lui non dovrebbe instillare questi pensieri. Alt, non fraintendete la mia frase, so benissimo che Andrè ha un ugola strepitosa e arriva là dove osano le aquile, ma ho sempre ritenuto il cantante brasiliano più adatto a brani più ragionati e d’atmosfera (leggasi Angra). “Come By The Hills” è un classico mid-tempo a là Stratovarius (di cui è pieno il disco) che senza infamia e senza lode fa da bridge assieme a “Santiago” (altro mid tempo con curioso e simpatico rallentamento in finale di brano). “Alayna” è la prima traccia lenta del lotto, che però non spicca e non colpisce come dovrebbe (di tutt’altra categoria sarà la finale “Don’t Let Me Go”, ballad di Stratovarius-iana memoria con un Andrè Matos sugli scudi). “Forevermore” ritengo essere la killer-song dell’album, la mistura di influenze che vi dicevo in apertura di recensione è facilmente riconducibile qui; c’è tutto: velocità, tastiere impazzite (chi ha detto clavicembalo?), batteria martellante, pregevolissimo lavoro di basso e solita chitarra al fulmicotone riconoscibilissima tra mille del genio finlandese Tolkki. C’è spazio anche per brani più impegnati come la semi-suite “In Paradisum”, dove tra frenetici passaggi di chitarra e soavi momenti di calma si interpongono i classici corretti a là “Destiny” che danno un tocco di buon gusto in più, ma che sommando tutti i fattori rallentano in maniera impressionante il procedere dell’album. “Rhapsody in Black” e “Walk in Neon” sono altri due mid-tempo di stampo power classico mostruosamente tendenti agli ultimi Stratovarius del periodo Tolkki, forse addirittura troppo. Non incidono, non aggiungono  nulla e in definitiva sono facilmente “skippabili”.

Ottima prova dei musicisti, produzione e arrangiamento; buonissime idee che di sicuro vi faranno dimenticare in un batter di ciglia le bruttine produzioni di Tolkki (cfr. Revolution Renaissance, Saana), ma che certamente non sostituiranno i masterpieces del genere che gli anni novanta ci hanno donato.

Tirate voi le vostre conclusioni, penso di aver illustrato in maniera esaustiva quello che l’album ha da offrire e quali sono i suoi punti deboli: se cercate un buon album power metal e siete dei nostalgici del periodo d’oro, questo è l’album che fa per voi. Se invece cercate innovazione lasciate perdere, non è questo il disco giusto.




01.Fields Of Avalon
02.Come By The Hills
03.Santiago
04.Alayna
05.Forevermore
06.Pilgrim Road
07.In Paradisum
08.Rhapsody In Black
09.I Walk In Neon
10.Don't Let Me Go

Speciale
L'angolo oscuro #22

Speciale
FM - Tough It Out Live

Speciale
The End Machine - Phase2

Recensione
Primal Fear - I Will Be Gone [EP]

Recensione
Nad Sylvan - Spiritus Mundi

Intervista
Stranger Vision: Ivan Adami, Riccardo Toni