In Flames
Sounds Of A Playground Fading

2011, Century Media
Alternative Metal

Una bocciatura su tutta la linea per i nuovi In Flames
Recensione di Lorenzo Brignoli - Pubblicata in data: 21/06/11

La definizione più gentile per “Sounds Of A Playground Fading” potrebbe essere: “è il primo album degli In Flames senza Jesper Stromblad”. Infatti, come molti sanno, lo storico chitarrista/compositore degli svedesi ha lasciato recentemente la band per ragioni personali e questo, in un certo senso, ha aumentato l’attesa e la curiosità per l’ultima opera di uno dei gruppi più importanti della scena metal mondiale, orfano del proprio fondatore.  Qualcuno si sta chiedendo perché ho detto “più gentile”? Abbiate pazienza , ruberò solo cinque minuti del vostro prezioso tempo per spiegarvelo.

Il percorso degli infiammati è noto ai più: dopo essere stati, negli anni 90, tra i maggiori interpreti del “Gothenburg Metal”, quasi dieci anni fa pubblicarono quel “Reroute To Remain” che segnava l’inizio di una nuova era; gli In Flames divennero autori di una musica sicuramente più orecchiabile rispetto agli esordi, ma comunque segnata da un marchio inconfondibile, cosa che per il sottoscritto è sempre stata un pregio assoluto di gran parte della carriera degli svedesi. Appunto, gran parte, non tutta, questo perché tre anni fa “A Sense of Purpose”, tradiva questa regola, mostrando un lato troppo semplificato del gruppo di Goteborg, una sorta di estremizzazione delle componenti più orecchiabili, con la sezione ritmica il più delle volte trasformata in una versione moscia di quella passata.

Si potrebbe dire che si trattava di una sorta di campanello d’allarme quindi, che ci introduce all’analisi di questo “Sounds of a Playground Fading”: il primo singolo estratto dall’album, “Deliver Us”, in un certo senso ci preparava all’ascolto, ossia come molti si aspettavano non c’è stato nessun passo indietro da parte degli In Flames, che anzi hanno proseguito la linea intrapresa con il platter passato. In generale quasi tutte le canzoni hanno una struttura semplicissima, caratterizzata tra le altre cose da una staticità ritmica a tratti fastidiosa e da un Anders Friden che sembra essersi completamente dimenticato l’uso del growl o dello screaming. Tuttavia non è la pesantezza mancata di questo album il problema, ma piuttosto la cosa triste è che le canzoni, anche se strutturate come orecchiabili o catchy, spesso non riescono a prendere l’ascoltatore come vorrebbero: il sopracitato singolo, a dir poco moscio, è solo un esempio a riguardo. Le eccezioni in questa mediocrità sono rare (si veda la tamarrissima “Where the Dead Ships Dwell”, che comunque, per quanto buona, su un “Come Clarity” a caso sarebbe una skip song o giù di lì) ed, addirittura, il più delle volte le tracce sono caratterizzate da strofe a monotone e da ritornelli flemmatici, che dicono tutto dopo una manciata di ascolti.

In tutto questo non è che le canzoni più “innovative” del disco alzino il livello, anzi, se per “A Sense of Purpose” il brano più particolare (“The Chosen Pessimist”) rappresentava un pregio, le tracce, tre, che fanno eccezione alla struttura descritta brevemente sopra, sono con ogni probabilità quelle peggiori. La prima è “The Attic”, pseudo-ballad soporifera che si trascina stancamente in tutta la sua durata, la seconda è “Jester’s Door”, che, giusto per non infierire, si potrebbe generosamente definire un intermezzo inutile più che una canzone vera e propria, mentre la terza è “Liberation”, la traccia concusiva per la quale non mi vengono altri aggettivi che sconcertante, mielosa all’inverosimile ma allo stesso tempo piatta, insomma una canzonetta che niente ha a che vedere con la classe degli svedesi.

Ci tengo a precisarlo, sono perfettamente consapevole che non ha senso chiedere agli In Flames di tornare allo stile forgiato ai tempi di “The Jester Race”, credo tuttavia che pretendere musica suonata con passione, magari cercando di rischiare come fatto in passato, sia del tutto lecito, specialmente quando si ha davanti una band che ha dimostrato di poter comporre dischi di altissimo livello pur cambiando il proprio sound, anche radicalmente, come fatto negli anni tra il 1994 ed il 2006. Il problema vero e proprio, a dirla tutta, è che “Sounds of a Playground Fading” suona svogliato, noioso, non decolla praticamente mai e soprattutto lascia a dir poco interdetti la scelta dei nostri di non voler provare ad azzardare qualcosa di diverso da questa formula trita e ritrita, oltre che banale; non è una cosa da grande band questa, non da In Flames. È  un po’ come se il più bravo della classe si mettesse a copiare da quello a cui di solito passa gli appunti, significa che qualcosa non va e in “Sounds of a Playground Fading” le cose che non vanno sono troppe, ed il monicker in alto a destra, più che un valore aggiunto, per una volta è un’aggravante. Con la morte nel cuore, bocciatura su tutta la linea.



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