The Strokes
Angles

2011, Sony Music
Indie Rock

Nuovo album per i The Strokes: giro di boa o canto del cigno?
Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 30/05/11

Recensione a cura di Cesare Giubbolini

Come ci si può approcciare all'album che segna il ritorno di una band, la stessa che ha riformulato il termine indie rock nelle charts e nelle riviste ad inizio anni zero, dopo cinque anni in durante i quali i componenti si sono dedicati a tutto meno che alla creatura che li ha resi famosi? Possiamo partire da quello che si è sentito dire, soprattutto in merito alla gestazione di questo “Angles”, quarto album del quintetto in questione, uscito a marzo 2011.

I nostri amici The Strokes, dunque, si sono ritrovati in studio dopo circa quattro anni dal precedente “First Impressions Of Earth” (2006) e nemmeno tutti insieme, visto che Julian Casablancas era impegnato nella tournée in supporto al suo lavoro solista “Phrazes For The Young”. Secondo quanto leggevo un mese fa, chi si è caricato sul proverbiale “groppone” le sorti del gruppo e ha fatto il grosso della manovalanza per rimetterlo in studio, è stato il chitarrista Nick Valensi; il suo lavoro però è riuscito all'80%, visto che il già citato Casablancas non era presente fisicamente ma inviava via internet i suoi pezzi e le parti vocali.

In fondo, però, l'importante era che la macchina potesse ripartire e che i fan avessero del materiale concreto su cui poter continuare a sognare, soprattutto dopo le dichiarazioni di Fraiture & co. che sostenevano di aver sentito, durante la lavorazione, le stesse buone vibrazioni di “Is This It” (primo album della band... se non lo avete, compratelo, merita un posto in ogni stereo e in ogni scaffale...) e di aver lavorato allo stesso modo (forse non nelle stesse condizioni, ma perlomeno con la stessa energia).

“Angles” esce a Marzo 2011 con tutti i buoni propositi del caso, forse un po' travagliato, ma i The Strokes, per far vedere che c'erano, avevano bisogno di battere un colpo (per i fan, ma mi piace pensare anche per loro stessi); la questione che si pongono le prossime righe è vedere come lo hanno battuto. Sgombrando il campo fin da subito è bene dire che “Angles” è un album suonato alla perfezione, c'è tutto il marchio di fabbrica dei Nostri, forse un po' più ripulito: in certi casi si ha la sensazione di sentir volare via quella parte grezza che li rendeva adorabili e che si mescolava ad un gusto pop-melodico; la loro bravura nel maneggiare gli strumenti poi, in particolare il sapiente e copioso uso di chitarre, faceva il resto. Partiamo con ordine però: ”Machu Picchu” è il pezzo che apre le danze in maniera soft, per così dire, riportandoci indietro ad un ambiente pop anni 80; “Under Cover Of Darkness” è la seconda traccia e il pezzo scelto come singolo, il perché è facile da capire: è la canzone più marcatamente The Strokes di tutto l'album, con la chitarra stridula che mette le cose in chiaro fin da subito e la nitidezza di tutti gli altri strumenti che creano il giusto impatto, un impatto melodico quanto basta da permettere al tutto di ronzarci in testa per un bel po'. La cosa meno nitida è la voce di Casablancas, un effetto strano, che lo si voglia o no, il cantato sembra molto in sordina e distaccato, lontano insomma, come la presenza del cantante durante le fasi di registrazione: internet fa miracoli, ma questo non gli è riuscito totalmente. Atmosfere electro-pop rock dal sapore 80s si respirano per tutto il disco, come in “Two Kinds Of Happiness”; menzione particolare merita la doppietta “You're So Right” e “Taken For A Fool”, i due pezzi centrali del disco, in cui nel primo si continuano a sentire influenze più elettroniche rispetto agli standard dei Nostri, ma nel secondo si assiste ad un timido ritorno, un piccolo gioiellino, forse il pezzo migliore dell'album. Ritornello fantastico, chitarre che lavorano come ai bei tempi, il primo pensiero che viene in mente è che come singolo potrebbe avere anche più fortuna di “Under Cover Of Darkness”. “Games” è il pezzo in cui l'uso dell'elettronica si fa più presente (e pesante), non dispiace affatto, ma diciamo che ci piaceva altro nei The Strokes. L'album si dirige poi verso la fine, in maniera un po' più cupa (per quanto cupi possono arrivare ad essere i Nostri). A parte “Gratisfaction” e il suo bel coretto, per il resto “Metabolism” e “Life is Simple In The Moonlight” sono degni pezzi di chiusura, ma chiusura vera, tanto da farci percepire un po' di malinconia nelle loro note.

I The Strokes, per tornare a quanto detto sopra, hanno battuto il colpo che ci si poteva aspettare da loro, niente di più, niente di meno; l'album è suonato perfettamente, tutta la produzione è ben curata (i ragazzi sono con la Sony e questo rientra nella normalità) ma, si rimane con un lieve senso di insoddisfazione. Il disco è buono, e la mia esperienza da ascoltatore è stata positivamente strana: pur non avendomi spiazzato sono mesi che lo ascolto, e trovo piacere nel farlo, ogni volta percepisco qualcosa di nuovo e di particolare ma ancora non ce la faccio a sbilanciarmi e a dire che si tratta di un grande disco, forse per quel tocco grezzo che solo loro sapevano dare alla loro musica e che qui manca... e come se manca.

Ciò che mi preoccupa, per concludere, è la loro condizione, quello che sto per dire sono solo supposizioni (“fantacalcio” tanto per usare un termine di un altro campo): questo album potrebbe essere il giro di boa, può segnare l'inizio di un nuovo percorso o può rappresentare il canto del cigno... E se quest'ultima ipotesi si realizzasse davvero, vedo già fior fior di critici che, tra quindici o vent'anni, rivaluteranno “Angles” come un capolavoro, forse il miglior album dei newyorchesi... Ma questo continua ad essere “fantarock” ed è bene fermarsi qua.



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