Belphegor
Blood Magick Necromance

2010, Nuclear Blast
Black Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 27/01/11

Puntuali come le tasse o, per restare in tema, come la morte, i Belphegor tornano sul mercato con un nuovo lavoro, il nono, in quasi vent'anni di carriera spesa per diffondere in ogni dove il verbo della violenza in musica.

Ora, per una band come i Belphegor chiedere particolari innovazioni e variazioni sul tema era già troppo a inizio carriera, figuriamoci ora che il buon Helmuth, voce, chitarra e presenza storica degli austriaci, ha costruito una solida carriera fatta di album sempre efficaci e senza troppi fronzoli. Il loro blackned death metal è ormai familiare a moltissimi ascoltatori, sempre presente a martellare senza pietà. Con gli anni la formula è sicuramente “evoluta”, con una lenta ma costante evoluzione verso la melodia, declinata ovviamente su coordinate oscure, con brani più strutturati che non contassero solo sulla velocità, ma che sapessero anche lavorare ai fianchi.

Blood Magick Necromance” si inserisce a pieno titolo come la summa di tutto questo percorso, un album in cui i Belphegor non si sono certo risparmiati in atmosfere e melodie sinistre. Il nuovo lavoro infatti è certamente il più “accessibile” (virgolette d'obbligo), quello in cui le bordate tipiche della band sembrano più controllate in una scrittura più accorta. In sostanza un songwriting più ricco, o meglio più variegato, che però non riesce a portare quel quid in più che avrebbe potuto fare di questo full un lavoro da ricordare. “Blood Magick Necromance” fa certamente il suo lavoro, brani come la violentissima title-track, l'iniziale “In Blood - Devour This Sanctity” (splendida), o “Possessed Burning Eyes” non possono che colpire, in tutti i sensi, per la mirabile fusione di melodie, feeling, variazioni e violenza torrenziale. Ma... c'è un grosso “ma” che affossa non poco la valutazione finale dell'album: tutto quanto è sostanzialmente già stato sentito centinaia di volte, abbondantemente familiare per gli appassionati estremi e per chi conosca un minimo la band.

Niente da dire sulla produzione, ad opera del guru Peter Tägtgren, che dona ai rudi austriaci un “fantozziano accento svedese”, come non si può eccepire sulla bravura e professionalità di Helmuth e della brigata (ristretta a onor del vero al solo Serpenth al basso), musicisti dalle spalle larghe che quello che fanno, lo fanno decisamente bene. E allora qual'è il problema vi chiederete? Il problema è uno solo, l'assuefazione a una formula che, benché leggermente rinnovata, ha decisamente tolto interesse alla band, autrice tra l'altro di album sempre validi ma che difficilmente entreranno nel gotha della musica estrema, col solo “Lucifer Incestus” (del 2003) e, per restare in ambito più recente, con “Bondage Goat Zombie” (targato 2008) a elevarsi dal resto di una discografia densa ma stantia.

Un lavoro riservato agli integralisti dell'estremo dunque e a coloro che non si fanno troppi problemi a gustarsi l'ennesimo buon album dei Belphegor, nonostante sia musica già ampiamente assimilata.



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