Furor Gallico
Furor Gallico

2010, Autoproduzione
Folk Metal

Recensione di Davide Panzeri - Pubblicata in data: 19/12/10

Se siete amanti del folk metal, assidui frequentatori di concerti e festival a tema e se siete amanti del metallo italiano, il nome Furor Gallico non vi risulterà di certo nuovo. Nati in quel di Monza nel 2007, hanno all’attivo un demo intitolato "390 B.C. – The Gloriuos Dawn" e l’omonimo album che stiamo per recensire. Partiamo col dire che la band, composta da ben otto membri, si sta piano piano ritagliando gli spazi che si merita a livello di show e successo. Assieme ai sempre ottimi Folkstone, i Furor Gallico, stanno espandendo sempre di più il loro mantello sul suolo italiano, affermandosi anche come una delle migliori, giovani e fresche realtà del panorama musicale nostrano (non a caso sono anche stati gruppo di supporto a una band che risponde al nome di Eluveitie, e scusate se è poco). Otto musicisti dicevamo, andiamo ad elencarli con ordine: Pagan alla voce, Ste e Oldhan alle chitarre, Mac al basso, Becky all’arpa celtica, Laura al violino, Merogaisus al piffero e al Bouzouki ed infine Marco alle pelli. Otto persone che hanno saputo combinare, creare e rendere unico il sound dei Furor Gallico senza  opprimere e impastare i suoni, che a causa dell'elevato numero di strumenti, èun pericolo sempre in agguato dietro l'angolo.

L’album omonimo è un concentrato vitaminico di Folk Metal nella sua accezione più pura. Le influenze sono ovviamente svariate, partendo dai già citati cugini svizzeri Eluveitie, passando per le calssiche e tradizionale sonorità celtiche fino a giungere agli irlandesi Cruachan. Un mix che mi ha colpito e folgorato così come un martello, stretto tra le potenti mani di un fabbro nordico, colpisce con violenza l’incudine. Il disco è autoprodotto, mettiamolo subito in chiaro, ma onestamente, a parte il comprensibile e naturale divario di pulizia e qualità sonora, l’album ha tutte le carte in tavola per sfondare. Il cantato clean/scream/growl di Pagan è secco, potente e graffiante come gli artigli di un orso, le chitarre sono dei macigni, il supporto del basso di Mac si fa sentire e riempie i brani cosi come si confà al genere, la batteria non perde un colpo e non è mai fuori posto, gli strumenti etnici e folcloristici accompagnano soavemente e dolcemente tutti gli altri (a tratti sembra realmente di essere dispersi in bosco in pieno autunno, le foglie cadendo dagli alberi, finiscono sul sottobosco attenuando il rumore provocato dai nostri passi; meraviglioso) Le tematiche affrontate sono ovviamente incentrate sul mito e folclore celtico, le lingue utilizzate sono inglese e italiano (con l’aggiunta del dialetto locale, che non fa altro che rendere unico l’album impreziosendolo sempre di più).

Che altro aggiungere? Procuratevi l’album ed entrate anche voi a far parte del mondo silvano in cui sono stato catapultato anche io. Unitevi ai balli a piedi nudi attorno al fuoco, sentitevi parte della mitologia e soprattutto, supportate questi ragazzi, che si meritano senza ombra di dubbio il successo che stanno avendo. Io penso andrò a farmi una birra, rigorosamente spillata in un boccale di legno, o meglio ancora, in un corno. Skål!



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