Helloween
7 Sinners

2010, Sony Music
Power Metal

Tornano le zucche più famose del metal: furiose, cervellotiche e... avvelenate!
Recensione di Marco Somma - Pubblicata in data: 18/11/10

Ogni anno, verso la fine di ottobre, c’è un sacco di gente che si ritrova a porsi una questione che, se vista con distacco, appare piuttosto bizzarra. Seduti ad un tavolo queste persone fissano la loro attenzione su un oggetto pesante come una credenza e duro come il legno chiedendosi che forma dargli. Se vi siete mai messi in testa di intagliare una zucca per la notte di Halloween, sapete di cosa sto parlando. È un’usanza tipica d’oltre oceano ma che da qualche anno sta prendendo piede anche qui da noi. Si tratta di un vero e proprio rito non dissimile dall'addobbo dell’albero di Natale. La cadenza annuale però non è condivisa proprio da tutti… C’è chi si distingue celebrando il rito all’incirca ogni due anni e non solo, anche la forma della zucca per questa gente è un po’ curiosa, non c’è però alcun dubbio che sia fatta di una materia altrettanto pesante e coriacea e che anche loro provino ogni volta ad infondervi un po’ di magia. Beh, non so come avete scelto di intagliare la vostra zucca, ma di sicuro quella del combo di Amburgo quest’anno sembra particolarmente furiosa, cervellotica e con il dentino avvelenato!

Una breve marcetta dai toni oscuri ci porta “Where The Sinners Go”, il piglio da mid-tempo con il quale gli Helloween scelgono di aprire il disco è piuttosto sofferto e quasi opprimente, molto lontano dai toni solari del precedente “Gambling with the Devil”. Solo sul finale alla voce di Deris è affidato il compito di risollevare i toni e farci pregustare quanto seguirà lungo gli oltre sessanta minuti di metal allo stato puro. Il singolo apripista “Are You Metal?” non è uno dei momenti più memorabili della band ma ha il pregio di restituire un po’ della semplicità d’intenti dei tempi andati. Se questo non bastasse c’è lo splendido riff portante da videogame che, passando dalle tastiere alle chitarre, assume una potenza non comune e si dimostra capace di far godere in modo scandaloso chi vive di chitarre distorte. Non si fa fatica ad immaginare che avrà il suo giusto spazio in fase live offrendosi per cori a non finire. Dopo una breve intro affidata alla voce evocativa di Mr. Biff Byford, leader storico dei Saxon (e senza alcun dubbio punto di riferimento per Andy Deris), prende il via “Where's Mr. Madman?” accompagnandoci finalmente nel vivo del full. Complesso e ricco di controtempi e contrappunti come se piovesse il seguito ideale di “Perfect Gentleman”, il brano non lesina certo in impegno richiesto al combo sul piano tecnico. Non siamo ancora all’apice d’impronta progressive che “7 Sinners” ha da offrire, tant’è che qui è solo al secondo o terzo ascolto che ci si accorge di quanto sta accadendo, ma fin dal principio si ha una bella parentesi tirata degna dei migliori Helloween. La discesa nella follia è cominciata e “Raise The Noise” ce lo conferma a dovere. Immaginate di prendere alcuni dei momenti migliori di “Better Than Raw” e riassumerli in un unico brano, ma solo dopo aver riarrangiato il tutto con un tasso di tecnica e follia ancora sconosciuti alla formazione di quel tempo (?). Una deliziosa storia di fantascienza in cui la musica diventa l’arma definitiva contro un’invasione aliena!

“World Of fantasy” è un attimo di respiro affidato al songwriting più classico. Sebbene non aggiunga nulla a quanto fatto fino ad ora, il pezzo conquisterà sicuramente i fan più “tradizionalisti”. “Long Live The King”, lasciatemelo dire, è uno dei più esaltanti e appassionati tributi alla memoria del grande scomparso Ronnie James. Tutt’altro che affettata, questa song è quasi un inno con tanto di struttura delle linee vocali evidentemente studiate per riportare alla memoria, nei limiti del possibile, il feeling che la voce del folletto sapeva trasmettere. Se è vero che la memoria di Dio dovrebbe farci sorridere e non piangere affranti allora “Long Live The King” fa filotto! Il momento della ballad sembra immancabile anche in un LP duro come questo. “The Smile Of The Sun” fa bene il suo lavoro, commuovendo il metallaro ( un po’ come sparare sulla croce rossa) grazie al suono del pianoforte e ad un ritornello struggente, naturalmente  incastonati a dovere in un tessuto che non dimentica la ruvidità indispensabile al vero metalhead. “You Stupid Mankind” si fa dimenticare fin troppo facilmente e se “If A Mountain Could Talk” non fa lo stesso, lo deve forse solo ai richiami a qualche vecchia gloria.

La parte centrale del disco risulta cosi un po’ debole, se la si misura dal punto di vista dell’ispirazione. Per fortuna nostra e loro “The Sage, The Fool, The Sinner” si riporta su ben altri livelli di grazia, ritrovando quella mistura di power e heavy che ormai da tempo il vero marchio di fabbrica delle zucche. Di nuovo non si tratta di un capolavoro, una tra le tante canzoni dei Nostri, ma sono molti i fan del genere che non chiedono di meglio. Classica e moderna al contempo, scorre via facilmente per arrivare a “My Sacrifice”, uno dei momenti più pesanti, complessi e atipici. Le linee ritmiche sia di basso che batteria sono irregolari, serrate ma non particolarmente cariche di beat blast perché troppo ricche di dinamiche. “Not Yet Today” mostra un Deris completamente inedito in versione “Goodbye Cruel World”, forse solo meno nichilista ma ben più sinistro… Come per il brano di Waters, anche questo pezzo necessita della giusta predisposizione; capita però il caso di ascoltarla per la prima volta non distrattamente in mezzo al traffico o in una metro affollata, capita di darle tutta l’attenzione possibile e rendersi cosi conto che la merita tutta. La sensazione è quella di avere il cuore chiuso in una cella frigorifera. “Far In The Future” è lasciata come un monito alla conclusione di un lavoro difficile, c’è da supporre, sia da comporre che da fruire. La stessa sensazione di freddo e oppressione, del sangue che caparbiamente continua ad essere pompato nelle vene che ci ha colpito nella intro si ritrova qui ma con alcuni importanti ingredienti in più. Se mai delle campane a morto possono suonare possenti e dare un violento spintone verso il futuro (e lo fanno davvero davvero), allora in questa “Far In The Future” ci riescono perfettamente. C’è solo da sperare che i prossimi lavori della band siano al livello di quest’ultima traccia che da sola potrebbe valere l’acquisto del disco. Veramente catartica!

Tornando al discorso sulle zucche: c’è chi vive la cosa come un semplice gioco e chi crede davvero che abbia una qualche proprietà magica… Dipende tutto dallo spirito con il quale si vive la propria creazione. Mi piace pensare che più è vivo lo spirito più luminosa sarà la zucca. “7 Sinners” emana una luce intermittente, a tratti fievole a tratti accecante ma nel complesso più vivida del precedente “Gambling With The Devil”, un lavoro un po’ discontinuo che supera brillantemente la sufficienza ma non raggiunge l’eccellenza. Forse se si fosse trattato di un mini con una selezione dei cinque migliori brani si sarebbe davvero rasentato il capolavoro, saltando il corpo centrale, e rinunciando per una volta ai “brani d’obbligo” che risultano alla fine poco più che riempitivi. Detto questo, “7 Sinner” è un disco che per dirla grezzamente “spacca” e lo fa grazie ad un innegabile genio per le composizioni (qua e là eccezionale), ad un piglio aggressivo come non mai e alla super rodata abilità dei padri del genere. Se poi decideste di volere solo il meglio vi basterà crearvi una playlist personale, mettendoci dentro solo i peccati che preferite.



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