Alter Bridge
One Day Remains

2004, Wind-Up Records
Hard Rock

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 16/11/10

Recensione a cura di Mauro Abbate

 

Quando nel 2004 gli Alter Bridge fecero il loro debutto con l'album “One Day Remains” di certo l'attesa era molto minore della curiosità che circondava questa band. Curiosità soprattutto dei nostalgici fans dei Creed, desiderosi di scoprire quale sarebbe stato il futuro della loro band preferita adesso che aveva cambiato nome e cantante. La risposta a questo dubbio, venuta dall'ascolto dell'album, fu alquanto perentoria: che piaccia o meno, gli Alter Bridge non sono i Creed.

Se le sonorità possono infatti rievocare quel post-grunge melodico cui la precedente band ci aveva abituato, di certo il genere, lo stile e gli obiettivi sono cambiati. Le undici tracce di “One Day Remains”, composte interamente dal chitarrista Mark Tremonti, vanno a delineare subito una linea di maggior aggressività, per certi versi, e di maggior incisività già ai primi ascolti. Il tema che pervade sicuramente l'intero album, ad eccezione forse della title-track, è un'onnipresente malinconia, un disincanto continuo che trasporta l'ascoltatore in un'atmosfera a tratti struggente, a tratti decisamente irritata.

L'opener “Find the Real” traccia subito la nuova linea direttiva del gruppo, trattandosi di un moderno hard rock che suona un po' come il post-grunge cui accennavamo prima. Subito Tremonti fa notare però la grande differenza tra la nuova e la vecchia band, ovvero la sua maggior libertà sullo strumento suonato. Finalmente le qualità di questo chitarrista di indubbio valore possono essere mostrate, e l'assolo di questo primo brano diviene solo un gustoso assaggio. Infatti, già con la terza traccia si ha il capolavoro del disco, ovvero “Oper Your Eyes”, una ballatona potente a dir poco, coinvolgente ed intensa, completata da uno dei migliori soli di Tremonti, non solo per ciò che riguarda quest'album.

L'irritazione e l'ira si trovano invece mescolate insieme in quella che è una delle loro tracce più famose e caratteristiche, ovvero “Metalingus”, uno dei brani più tosti composti dalla band, in cui il lavoro della parte ritmica, affidata al bassista Brian Marshall, e soprattutto al batterista Scott Philipps, è potente e protagonista. Tra l'altro questa canzone presenta anche al meglio le potenzialità del vocalist Myles Kennedy, un artista di qualità eccezionale.

Spicca tra le ballate la semi acustica “In Loving Memory”, una traccia dotata di un arrangiamento molto curato e ben fatto, particolarmente cara a Mark Tremonti in quanto dedicata a e scritta per la madre morta, all'epoca da non molto tempo. Circondato da una musica realmente emozionante e commuovente, particolarmente ben riuscito è il testo, che fa trasparire veramente il dolore che il chitarrista, o anche chiunque altro, ha provato nella perdita del proprio genitore, ed interpretato in maniera perfetta da un Kennedy decisamente soul e blues nell'anima. Prosegue poi l'album in questa vena malinconica, che si esaurisce forse nella penultima “Shed My Skin”, altra ballata trascinante, che preannuncia la chiusura affidata a “The End Is Here”, un brano potente e rabbioso, decisamente più vicino ad un alternative metal che non ad un puro hard rock.

“One Day Remains” fu un album di debutto di grande impatto, versatile in sostanza, potenzialmente valido, anche se un po' troppo univoco nei temi e nelle atmosfere, probabilmente perché affidato alla sola composizione del chitarrista, che nei successivi verrà affiancato dal cantante. Di certo si intravide già la maturità di un gruppo valido, cui spettava il compito difficile di confermarsi.





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