Moonspell
Sin/Pecado

1998, Century Media
Gothic

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 15/11/10

Recensione a cura di Alekos Capelli

 

I Moonspell, reduci dal grande successo di pubblico maturato con "Irreligious", avrebbero potuto tranquillamente adagiarsi sugli allori e produrre un album fotocopia del precedente, riproducendo una fortunata ricetta, o poco più. Invece, piuttosto inaspettatamente, il gruppo lusitano produce, a due anni di distanza dal loro best-seller di sempre, un disco fortemente sperimentale, ma soprattutto molto distante dal sound che gli è valso fortuna. "Sin/Pecado", infatti, è essenzialmente un album gothic rock, con un sound ricco e stratificato, in cui si possono trovare più di un accenno alla musica dark-pop, tribale, elettronica. Il salto stilistico è notevole, così come lo scotto da pagare, in un ambito da sempre pesantemente tradizionalista e refrattario alle sperimentazioni. Non è infatti un caso che molte band anni ’90 abbiano tentato sperimentazioni poi punite sul piano delle vendite, e quindi fatto ritorno nel caldo ovile del metal di provenienza (potrei citare, oltre i Moonspell, Dark Tranquillity, Amorphis, Paradise Lost, My Dying Bride). Strano pubblico, quello metal, disposto a investire risparmi in decine di album fatti con la carta carbone, anno dopo anno, e poco incline a dar fiducia alle novità, anche se di indubbio valore, proprio come nel caso del presente "Sin/Pecado".

L’album si apre coi ritmi non convenzionali dell’intro "Slow Down!", che portano all’apocalittica "HandMadeGod", in cui la voce di Fernando Ribeiro si erge stentorea, declamando i suoi intenti iconoclasti. La successiva "Second Skin" è emblematica del cambiamento del gruppo, con il suo sound pesantemente debitore di certi Depeche Mode, influenza riscontrabile in lungo e in largo, nel disco, e che dimostra come sia possibile innovare e ampliare il proprio sound, senza per questo snaturarsi completamente. L’universo concettuale del combo portoghese, infatti, è sempre lo stesso, imbevuto di oscura sensualità, di  tenebre tipicamente mediterranee, nel colore e nel sapore.

"Sin/Pecado", pur non essendo un concept album tout court, gioca molto sul concetto di peccato, sulla critica alla cristianità, così incentrata sul concetto di colpa e di punizione. Il professore di filosofia Riberlo utilizza questi temi, importandoli in un mondo colmo di tetraggine ed erotismo in parti uguali, in cui la morbosità non è un crimine, ma un valore, perché espressione del libero arbitrio, lo stesso che ha permesso al gruppo di affrancarsi dalle pastoie di un sound forse già troppo stretto e rigido. Notevoli a questo riguardo le aperture melodiche di canzoni come "Abysmo", "Mute" e "Dekadande", oppure gli sguardi intimisti di "EuroticA" e "The Hanged Man".

In questo lavoro c’è sicuramente molto, in termini di impegno, ricerca sonora, arrangiamento e produzione. Il tentativo (perfettamente riuscito, ma non molto compreso) di tradurre con originalità temi noti e linguaggi disparati. Un plauso al gruppo, che, con questo e il successivo "The Butterfly Effect", ha sacrificato quasi del tutto la popolarità sull’altare della creatività, mettendo da parte il portafogli, e aprendoci invece il loro cuore di artisti.





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