Dio
Holy Diver

1983, Mercury Records
Heavy Metal

Recensione di Alessandra Leoni - Pubblicata in data: 15/11/10

"Jump on the tiger
You can feel his heart
But you know he's mean
Some light can never be seen, yeah
"


Tentare di recensire uno dei due dischi migliori della carriera solista della Voce del metal, ovvero il compianto Ronnie James Dio, a qualche mese di distanza dalla sua morte, può sembrare effettivamente un patetico tentativo di incensarlo oltre ogni modo. Tuttavia, ritengo che "Holy Diver" costituisca, assieme a "The Last In Line", il compendio perfetto di tutta la discografia del folletto americano per chi volesse conoscerlo in modo più approfondito, fuori dai Black Sabbath e dai Rainbow. Ad voler essere onesti ed obiettivi, il nostro amato Ronnie è riuscito ad ottenere una formula vincente e convincente soltanto nei primi due album, poiché da "Sacred Heart" in poi, le idee sembrano già stantie. Si può essere un cantante dalle doti straordinarie, con un'espressività unica, ma se non riesci a far rendere come vorresti i musicisti attorno a te, ecco che l'ispirazione svanisce e si inserisce il pilota automatico, cadendo inevitabilmente nella ripetitività. A parte quest'osservazione, concentriamoci su questo lavoro, che presenta una formazione di tutto rispetto con Ronnie James Dio alla voce ed alle tastiere, Vinny Appice alla batteria, Jimmy Bain al basso e alle tastiere e Vivian Campbell alla chitarra.


Iniziamo il nostro viaggio immergendoci nelle atmosfere e nelle sonorità puramente heavy metal di "Stand Up And Shout", una vera scarica di adrenalina, scarna e diretta, come un poderoso schiaffo in piena faccia. Chiaramente, la parte del leone la fa la voce graffiante di Ronnie, impressionante per la ricchezza di sfumature sfoggiate in tutto l'album. Ottima la chitarra di Campbell (a mio avviso piuttosto sottovalutato come musicista), che non si perde in inutili decorazioni e sfodera riff come una mitragliatrice. Un'atmosfera da tregenda, fatta di vento sibilante e di ululare di lupi ci introduce ad uno dei grandi classici del Nostro: "Holy Diver". La title track sembra una cavalcata notturna, tra tigri poco affidabili da domare e quel senso di essersi persi per troppo tempo nel mare delle tenebre. Bisogna liberarsi dei demoni per ritrovare la luce, ma non è detto che la si possa rivedere. A questo proposito, desidero aprire una piccola parentesi circa la copertina, correlata proprio a questo brano: una sorta di demone - ribattezzato Murray - che con delle catene annega un prete nel mare. Ma chi è il vero demone tra i due? Non è così scontato che Murray sia il diavolo (d'altronde non ci viene detto molto di lui, per esempio anche i gargoyle avevano aspetti terrificanti, ma erano fondamentalmente guardiani notturni delle cattedrali e degli uomini contro le forze del male) e che il religioso sia per forza di cose buono. Il messaggio che pare emergere dall'illustrazione è quello di non dare niente per scontato ed ovvio e di andare in profondità.


Ma proseguiamo, con le energiche "Gypsy" e "Caught In The Middle": la prima è decisamente intrisa di testi ricchi di magia e di un filo di cattiveria mescolata a malizia, dalle melodie graffianti, contornate dal solito buon assolo del chitarrista irlandese... Insomma, costituisce un buon invito a vagabondare ed a lasciarsi. La seconda è musicalmente piacevole e anche abbastanza solare nelle atmosfere, con un ritornello alquanto gradevole con la giusta dose di ruffianeria, tuttavia non è niente di sconvolgente rispetto al resto di "Holy Diver", anche se è paragonabile ad un sole che tramonta malinconico tra il buio di "Don't Talk To Strangers". La voce morbida e suadente di Ronnie ci dice di non fidarci di niente e nessuno: immaginatevi di camminare soli, in un vicolo deserto e buio, quando all'improvviso appare uno sconosciuto capace di farvi ogni male possibile, guidandovi persino alla follia. Ebbene, gli strumenti entrano in scena, come una bomba improvvisa e vi incitano alla fuga. Un altro dei brani d'oro di quest'album, basato su un crescendo, che, una volta giunto all'apice, scema dolcemente, facendo tornare la voce del nostro folletto carezzevole, che sfuma in un ultimo grido, incitandoci ulteriormente alla fuga. "Straight Through The Heart" è un altro brano scarno, diretto e piacevole, con un testo da non sottovalutare: si basa sulla durezza della vita ("No one ever told me life was kind / I guess I never heard it / I never heard it all") e sulla vulnerabilità di ciascuno di noi, che rischia inevitabilmente di essere ferito, colpito al cuore a causa di un mondo non proprio clemente. Questo senso di malinconia e di tristezza prosegue in "Invisible", dove soprattutto i giovani sembrano essere relegati all'anonimato: ma niente è perduto, ci si può sempre riprendere una sonante rivincita.


Non è un compito facile accompagnare una voce unica e rara come quella presente sul disco, tuttavia i Nostri con perizia e precisione accompagnano senza sbavature ed esagerazioni il compianto Ronnie. Oggigiorno quest'opera può sembrare molto asciutta e scarna e fin troppo omogenea, eppure si finisce per ricordarsene ogni singola parola e nota. C'è qualcosa di magico che rende quest'album semplice in apparenza molto carismatico, senza il bisogno di perenni doppie casse e sequenze di riff forsennati o di substrati di arrangiamenti. La magia dei colori splende nelle tenebre con uno dei brani più amati, ovvero "Rainbow In The Dark". Le note di tastiere - suonate dallo stesso Dio e da Bain - ci introducono in un'atmosfera sì oscura, ma sempre con quella speranza nei colori e nella luce. A mio avviso, mai canzone fu così azzeccata anche per descrivere umanamente ed artisticamente il cantante americano. Infine, i lupi ululano, la Notte ha definitivamente rubato il Giorno, "Shame On The Night" chiude il primo album di Dio, con un ritmo che pare ricordare un po' i Black Sabbath di "Heaven&Hell", lento e cadenzato, con qualche sottofondo spettrale a rendere la scena ancora più tetra e desolante, quasi si stesse camminando nell'oscurità con circospezione.


"Holy Diver" a distanza di ventisette anni risulta essere ancora uno dei grandi classici del genere, sebenne possa sembrare un po' datato e povero nelle atmosfere. D'altro canto, erano tempi diversi, si era più diretti e meno barocchi, ma ciò non significa che i musicisti fossero monotoni o ripetitivi. Non è certo il caso dei Nostri, che hanno fornito un'ottima prova delle proprie qualità, risultando costanti nel rendimento complessivo ed evitando cali di qualità. La voce di Ronnie James Dio, infine, fa sempre la differenza, "like a rainbow in the dark".





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