Whitesnake
1987

1987, EMI
Hard Rock

Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 28/10/10

David Coverdale fondò i Whitesnake alla fine del 1977, traendo ispirazione dal nome del suo primo disco solista dopo la dipartita dai Deep Purple (“White Snake” appunto) e nel corso dell'ultra trentennale carriera la band ha cambiato un'infinità di componenti. Tanti sono arrivati e poi ripartiti, ma uno è sempre rimasto fisso al suo posto: ovviamente si tratta del fondatore Coverdale, cantante dal talento mostruoso, tra i più amati vocalist della storia dell'hard n' heavy. Tanto grande la sua voce, tanto smisurata la sua personalità e con questa hanno dovuto scontrarsi tutti gli artisti che hanno fatto parte del “Serpente Bianco” durante gli anni.

Nel 1987 sono stati pubblicati album fondamentali come ad esempio l'incredibile “Appetite For Destruction” dei Guns n' Roses o “Girls, Girls, Girls” dei Mötley Crüe e alla lista vanno aggiunti a caratteri maiuscoli anche i Whitesnake, che con il loro “1987” hanno regalato al mondo una perla di rara bellezza, diventata una delle pietre miliari dell'hard rock.

A livello temporale, il periodo in cui è stato concepito e pubblicato il disco, si colloca nel bel mezzo di una delle varie tempeste che hanno scosso il gruppo britannico. Nella fattispecie, “1987” è stato composto e registrato con una line-up ed è poi stato suonato durante il tour di supporto da tutt'altra formazione. Una delle chiavi del successo dell'album sta proprio negli artisti che si sono messi al servizio di Coverdale per la sua realizzazione: si tratta di Neil Murray (basso), Aynsley Dunbar (batteria) e soprattutto John Sykes (chitarra). Inoltre appaiono come ospiti anche Don Airey, Bill Cuomo (tastiere) e Adrian Vandenberg (chitarra). Di tutti questi musicisti sopravvisse ai vari avvicendamenti solo Vandenberg: con lui partirono in tour l'altro chitarrista Vivian Campbell, il bassista Rudy Sarzo ed il batterista Tommy Aldrige.

“1987” rappresenta un punto di svolta focale per i Whitesnake, sia a livello musicale, che per quanto riguarda l'immagine della band. Con questo disco Coverdale cerca di avvicinarsi il più possibile allo stile che impazzava negli Stati Uniti e da qui ne derivano capelli cotonati e abiti appariscenti. Ma è ovviamente nella musica che si sente il cambiamento maggiore: se i fan erano abituati ad ascoltare un hard rock estremamente contaminato di blues, ora devono fare i conti con i suoni tipici dell'epoca, chitarre dal sound indurito, melodie di facile presa sul pubblico e atmosfere tipicamente AOR. Esemplificazione di tutto ciò sono “Here I Go Again” e “Crying In The Rain”, contenute precedentemente in “Saints & Sinners” (1982) e ora ri-incise e ri-pubblicate  in chiave decisamente più moderna. Il numero di hit presenti in “1987” è impressionante e su tutte svetta la celebre “Still Of The Night”, concentrato di potenza ed energia che basa il suo successo su un travolgente riff di chitarra e su un David Coverdale che canta come mai lo si era ascoltato prima. Seguono a ruota “Give Me All Your Love”, altro irresistibile brano melodico che avanza inarrestabile come uno schiacciasassi sull'asfalto, “Bad Boys”, veloce e incisiva nelle strofe così come nei ritornelli, e “Crying In The Rain”, più lenta e cadenzata, che nella sua nuova veste guadagna parecchio impeto, accrescendo notevolmente la sua onda d'urto rispetto alla versione originaria e in cui si può apprezzare un incontenibile assolo di chitarra da parte dell'ottimo John Sykes. Discorso a parte meritano le due power ballad “Is This Love” e “Here I Go Again” (in cui il solo è di Vandenberg), cariche di intensità e passione, che stazioneranno a lungo nelle posizioni di vertice delle varie classifiche musicali del periodo. Ottime sono anche la divertentissima e coinvolgente “Straight For The Heart”, che mette il pilota automatico ai muscoli del corpo di chi ascolta facendolo muovere al ritmo forsennato del brano, e “Children Of The Night”, anch'essa armoniosa e dall'impatto immediato. Un gradino sotto le altre composizioni a mio avviso sono “Looking For Love”, “Don't Turn Away” e “You're Gonna Break My Heart Again”, che non brillano probabilmente soltanto per il livello eccelso dei restanti brani del platter e non per demeriti propri. In tutte le canzoni dell'album il filo conduttore è la melodia, su cui poggia un hard rock energico, molto raffinato, curato nei minimi dettagli e nei suoni. Anche se diversi fan del “Serpente Bianco” storsero il naso (e continuano a farlo) in seguito al cambiamento stilistico della band, rimproverandole di aver tradito le origini blues, i Whitesnake diedero alla luce il loro lavoro migliore, che consentì alla formazione inglese di conquistare definitivamente anche gli Stati Uniti (“1987” fu otto volte disco di platino) e di entrare per sempre nell'olimpo dell'hard rock. Quasi tutti i pezzi del CD portano la doppia firma di Coverdale e Sykes, e da sottolineare ed elogiare sono le prestazioni dei due musicisti: il cantante offre un vero e proprio saggio di bravura, dimostrando di essere in forma smagliante e toccando l'apice artistico della sua carriera, mentre il chitarrista semplicemente rasenta la perfezione.

L'album venne pubblicato con tre nomi diversi, “1987” in Europa, “Whitesnake” negli States e “Serpens Albus” (in latino “serpente bianco”) in Giappone e differenti sono anche le tracklist da Paese a Paese. A scuola, da piccoli, ci hanno insegnato che “cambiando l'ordine degli addendi, il risultato non cambia”. Beh, chiamatelo come volete, rimescolate l'ordine delle canzoni come volete, ma il risultato non cambia: l'opera che i Whitesnake di David Coverdale hanno donato al mondo nell'87 rimarrà in eterno uno di quei capolavori intramontabili (e forse inarrivabili) che splendono come astri nel firmamento dei più grandi di sempre.

Nota Del Redattore
: a proposito di diverse versioni dell'album, va ricordato che le canzoni “Looking For Love” e “You're Gonna Break My Heart Again” sono incluse nella pubblicazione europea (“1987” quindi) e non in quella americana.



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