The Cure
Disintegration

1989, Fiction Records
Darkwave

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 23/10/10

Descrivere questo disco è un po’ come descrivere un universo di stati mentali distinti e allo stesso tempo fusi l’uno con l’altro. Fu il primo disco dei Cure che comprai, quando ormai l’ondata dark aveva già da tempo tracciato dei connotati che avevano però perso il loro significato originale. Il rossetto sbavato, gli occhi bordati di nero, le chiome arruffate, i vestiti neri, tutto era ormai diventato una moda, e i Cure, e Robert Smith in particolare, erano visti più come icone pop e di costume da imitare “perché fa tendenza”. Il messaggio di Smith voleva essere diverso, voleva sbattere in faccia a tutti quel dolore universale, quell’angoscia e quel male di vivere che ci attanaglia e che segna la vita di tutti, risultando però parte integrante e necessaria di essa. Fu travisato dicevo, perché d’improvviso schiere di ragazzini si sentirono così affascinati da quella figura e da quella musica decadente da volerne imitare lo stile di vita. Così Robert, superati problemi personali, crisi depressive e di gruppo (focalizzate in album quali “Faith”, “Seventeen Seconds” e soprattutto “Pornography”), e in parte tacciato di essere cattivo esempio dai media, decise di cambiare corso e di puntare su produzioni più mainstrem e “spensierate” (almeno apparentemente). Ma quando meno te lo aspetti, nel 1989, ecco che la fiamma nera, covata a lungo sotto le ceneri, si riaccende nuovamente, ecco che la paura, il dolore e le paranoie tornano a essere oggetto di discussione, ecco che esce “Disintegration”, uno dei più grossi capolavori dei Cure e album sicuramente di importantissimo valore a livello musicale.

Personalmente, dal momento che ho acquistato questo disco una decina d’anni dopo la sua pubblicazione, non riesco a ricollegarlo agli anni Ottanta (seppure appartenga a tutti gli effetti a questa decade), ma ciò non vuol dire che non riesca allo stesso modo a trovare agganci con la mia quotidianità. Come già detto è il perfetto caposaldo dell’etica dei Cure, descrive la disintegrazione dell’animo di fronte a sentimenti troppo forti e incontrollabili quali la solitudine, la paura, la nostalgia, le angosce anche infantili e il binomio amore-morte, eccezionalmente esemplificati in un brano come “Love Song”. Ma c’è altro. L’onirica “Plainsong”, eterea e al tempo stesso vagamente ricollegabile al gelo sentimentale e intimo che si prova ascoltando “Cold” (“Pornography”), è un viaggio evocativo e straniante. Rievoca nella mia mente immagini di freddi Natali, c’è in essa una tenue dolce malinconia che ti abbraccia e che ti apre il cuore, Smith ti culla con la sua voce lontana che sussurra parole di abbandono e solitudine. Inutile poi mettersi a descrivere “Pictures Of You”: l’argomento in essa trattato è universale, così pop. Come pop del resto è pure la struttura della canzone, a tratti solare, a tratti claustrofobica, un bosco folto attraverso le cui fronte la luce filtra solo a tratti. Un amore perduto, rimasto solo nei ricordi che si materializzano come foto, calde lacrime che scivolano ogni volta che si ripensa a una storia finita... Sono sentimenti così belli, intensi e personali che solo una canzone come questa può essere in grado di descrivere, così sottilmente serena (rassegnata?) come certi pensieri che tutti prima o poi hanno avuto. Letale, da pianto, se ascoltata in certi momenti della vita. E che dire di quella gemma assoluta di “Lovesong”? Come già detto, è qui che l’amore si lega alla morte, divenendo nihilismo e annientamento del proprio io in funzione di un’altra persona. Servilismo, assoggettamento, o semplicemente ricerca di quel bene/male che ti fa stare in pace con te stesso. E per quanto la persona amata ti tratti male, si allontani e ti spinga a dire cose che non pensi, tu la amerai per sempre. Disintegrazione di se stessi. Il freddo e la solitudine sono i temi sulla quale si impernia anche la successiva “Last Dance”, anch’essa dominata dalle eteree e allo stesso tempo plumbee tastiere (una costante di tutto l’album). La famosissima “Lullaby” poi apre dinanzi ai nostri occhi il mondo dell’infanzia e dei sogni popolati da incubi. Ci sentiamo piccoli e soli, assoggettati da un lugubre e caricaturale ragno gigante con le zampe a strisce sempre affamato e pronto a nutrirsi delle nostre paure. Accompagnata da un video memorabile e creata su ritmiche ipnotiche, ammalianti e vagamente inquietanti, la canzone è un capolavoro di istrionismo artistico della band, Smith su tutti, che qui addirittura sussurra ogni strofa, una voce nella nostra memoria che ci ricorda di quanto, universalmente, siamo tutti in fondo piccoli e impauriti.

Quando si giunge a “Prayers For Rain” il buio e le tenebre sono già ampiamente calate, e il ritorno alla dark wave dei primi Cure è completo. Claustrofobica e massacrante come poche, la traccia si muove lentamente insinuandosi sotto pelle e bagnando il nostro cuore in una pece nera e appiccicosa che non ci molla più. L’annientamento dell’io è quasi totale, e non può che culminare nella disintegrazione. “Disintegration”, la title track, è un’altra delle perle del disco. Più ritmata, cadenzata e quasi aggressiva delle altre, porta allo stesso modo con sé i germi di autodistruzione, malinconia e solitudine già incubati dalle precedenti tracce. I ricordi qui rimandano a vecchi puzzle fatti in famiglia, quando fuori pioveva e cercavi un po’ di calore in una famiglia già da tempo minata da dissidi interni. I puzzle si ricomponevano, ma quanta fatica, quanto lavoro nel rimettere insieme i pezzi di un quadro che sembrava non volersi ricomporre, metafora di una cosa nata male e proseguita peggio... Una delle canzoni più coinvolgenti, intense e emotive che i Cure abbiano mai scritto.

La chiusura è affidata alla struggente “Homesick”, ballata di abbandono e di funerea nostalgia universale, spleen consolatorio e sereno: seppure stiamo male, sono cose comuni, parte della nostra vita, contro le quali spesso è inutile lottare, basta solo abbandonarsi a questo senso di malinconia che poi ci traghetterà verso lidi ben più soleggiati. Ma questa è un’altra storia, e magari un altro disco...




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