Cradle Of Filth
Nymphetamine

2004, Roadrunner Records
Gothic

Recensione di Marco Somma - Pubblicata in data: 04/10/10

Riemergendo dagli abissi del precedente “Damnation And A Day”, i Cradle Of filth riappaiono in qualche modo alleggeriti. La furia e la brutalità del passato sembrano essersi consumati tra le fiamme dell’inferno in cui si erano gettati per il monumentale lavoro dell’anno precedente. A sentire questo LP si direbbe quasi che i Nostri siano arrivati al termine di un personalissimo viaggio sabbatico. L’oscurità, i demoni del mito, così come quelli dell’animo umano, e il gusto per il grottesco sono ancora i fiori all’occhiello ed il cuore delle composizioni dei Nostri; eppure qualcosa è cambiato.

“Satyriasis” apre il disco esattamente dove avevamo lasciato la band alla fine dell’album precedente. Cori epici, scuri e distanti, si innalzano sulle battute dei cimbali, mentre l’eco di archi e lamenti soffocati anticipano appena la voce narrante presa nei versi de “Les Litanies De Satan” di Charles Baudelaire. Riprendere esattamente dove il lavoro precedente si era interrotto, per sonorità se non per contenuti, come si è visto è uso comune della band; era quindi facile aspettarsi un tale benvenuto. Messa da parte la intro, le cose cambiano però rapidamente. “Gilded Cunt” è un pezzo diretto, violento e volgare a metà tra “Lord Abortion” e “Doberman Pharaoh”. Meno gratuitamente disturbante della prima e decisamente più orecchiabile della seconda. Non uno dei momenti migliori del full, ma sicuramente uno dei più duri, pur non anticipando granché di ciò che deve ancora venire. Ad un primo ascolto “Nemesis” appare estratta direttamente dal campione di vendite “Midian”, ma con un filo di attenzione possiamo già cominciare a sviscerare il cambiamento. Il ritornello dai richiami doom si ritaglia uno spazio importante nel pezzo, che per il resto si sviluppa retto prevalentemente dalle linee di chitarra semplici ed incisive. Pur mantenendosi tra i brani aggressivi, l’effetto d’insieme è sorprendentemente orecchiabile ed il finale con il riff principale insistito e ripetuto è forse un po’ stucchevole ma capace di trascinare con sé l’ascoltatore. Per la prima volta dall’inizio della carriera dei Cradle Of filth, dopo la bellezza di dieci minuti abbondanti ancora non siamo assaliti da quel sentore di malsano, quel dolce veleno per l’anima che ha sempre pervaso le opere della band. “Gabrielle” arriva a tracciare una bella riga sotto quanto appena detto, rendendo la cosa ancora più evidente. Si tratta del primo passaggio assolutamente di maniera. Né brutto né mal suonato, al contrario, preso per quello che è, questo brano può anche dare una certa soddisfazione ma si tratta comunque di poco più che esercizio. Alla ricerca di nuove soluzioni, Dani Filth e compagni sembrano faticare a trovare una via che convinca pienamente. Il risultato è infatti altalenante. “Absinthe Wth Faust” fa un po’ il pari con la traccia precedente. Più oscura e certamente più coinvolgente, ma comunque pervasa di una certa artificiosità, che non riusciamo ancora a scrollarci di dosso. Bisogna arrivare alla title-track per avere finalmente uno di quei piccoli gioielli di malevola passione di cui i Nostri sono sempre stati maestri. Il passaggio è un po’ brusco, ma finalmente l’evoluzione cercata fin qui un po’ a tentoni, sembra trovare il giusto incastro. “Nymphetamine (Overdose)” è un elemento così riccamente articolato e cosi ben orchestrato che da solo basterebbe a giustificare l’acquisto. Possente, romantica e risolta in un duetto per la prima volta squisitamente “umano”, abbandona ogni reminiscenza di blasfemia, mito o fede pagana per gettarsi anima e corpo nelle passioni più terrene. La scelta di Liv Kristine con la sua impostazione da soprano leggero per l’accompagnamento (che per l’occasione prende così il posto di quella lirica di Sarah Jezebel Deva) rende più semplice l’immedesimazione e accostabile il pezzo. Bella e struggente, la seconda parte del pezzo (quella più gothic, per intenderci) si imprime indissolubilmente nella memoria.

Dopo la classica strumentale, con il solo compito di farci prendere un po’ di fiato ma nulla di più, è la volta di “Medusa and Hemlock”. Il livello si mantiene ancora alto e l’ascolto rimane decisamente piacevole, ma siamo su ben altri lidi se la si paragona alla precedente. La produzione è comunque talmente di classe che il pezzo riesce a coinvolgere quanto basta, complici le orchestrazioni, che ritornano prepotentemente a farsi sentire, e le chitarre heavy metal. Forse l’unico brano, fatta eccezione per l'intro, che sembra proseguire pedissequamente quanto fatto in “Damnation…”. Superata la poco interessante “Coffin Fodder”, pezzo che di per sé ha solo un tessuto ritmico talmente serrato da nascondere la pochezza della composizione, si passa ad “English Fire”. Da prima lenta e appassionata, muta poco per volta in una cavalcata irregolare. Un pezzo strano, forse non completamente riuscito ma dalle piacevolissimi sfumature “dark”. “Filthy Little Secret” lascia momentaneamente da parte ogni velleità death o mack per affondare saldamente le sue radici in un heavy metal vecchia scuola. Stuzzica la memoria di un certo King Diamond, ricco di accenti tra la marcetta e la cavalcata sui cui si poggiano liriche semplici e “morbosette” da cotta adolescenziale. Gli ultimi due brani si dimenticano di quanto fatto fin qui e risollevano il livello di violenza e di profondità delle composizioni. “Swansong For A Raven” prosegue il racconto di quella “Her Ghost In The Fog” punta di diamante di “Midian”. Indubbiamente meno orecchiabile della precedente, questa canzoneha dalla sua il pregio di una maggiore complessità strutturale che permette alla band di esprimere con più magniloquenza la storia che fa da sfondo al pezzo. Indubbiamente molto coinvolgente e, per chi ha amato la prima parte, una sorpresa piacevole; sulle note finali quasi commovente. Più che in qualsiasi altro pezzo le tastiere di Martin Powell (ex tastierista e violinista dei My Dying Bride) la fanno da padrone rendendo quello che rischiava di essere solo un buon brano, un vero pezzo d’eccezione. Siamo alle battute finali e di nuovo ci troviamo di fronte ad un richiamo a “Midian”. Questa volta però non si tratta di un vero e proprio seguito di quella “Cthulhu Down” che apriva il vecchio disco. “Mother Of Abominations” non si limita a proseguire un discorso precedentemente introdotto. Molto più teatrale e strutturata, la traccia di chiusura di “Nymphetamine” ritrova le sintetizzazioni di “Bitter Suites To Succubi” e le mette al servizio di parti liriche più recitative che cantate e di un lavoro di pelli e chitarre dal piglio diretto. Il risultato di una simile ricetta è un filo disorientante, ma dopo qualche ascolto svela i suoi tesori nascosti. Una marcia furiosa, carica di echi ed effetti chiude il capitolo riuscendo di nuovo ad evocare splendidamente l’inesorabile calare dell’orrore lovecraftiano.

I punti in comune di questo “Nymphetamine” con il vecchio “Midian” sono molti, e sarebbe piuttosto facile congedarlo come un tentativo di bissarne il successo, sta di fatto, però, che l’ascoltatore attento non potrà fare a meno di notare di essere stato trasportato verso terre ben lontane. Forse ad un  primo ascolto non è poi cosi semplice rendersene conto; si percepiscono di certo dei mutamenti ma per lo più sfuggenti. Qualcosa di meno viscerale, una sensazione complessiva di artefatto… Questo almeno se avete alle spalle anni passati ad ascoltare il combo inglese. Altrimenti come non detto, qui va tutto bene, la musica c’è tutta e certamente è di gran classe. “Nymphetamine” è, come si suole dire, un disco di passaggio. Univoco solo nelle intenzioni, nel voler toccare in ogni traccia quel tema introdotto dall'apologo del titolo.

I Cradle Of filth sono meno corrotti e caotici, meno folli e deviati forse ma molto più lucidi e padroni di una teatralità che è stata fin dal principio il loro marchio di fabbrica. La nuova direzione sta nella narrazione più distaccata, nel farsi “semplici” attori nel Grang Guignol, pronti a vestire costumi diversi a seconda della storia da raccontare. Ricchi dell’esperienza nell’abisso, ma ormai riemersi e non più solo vittime della passione per l’oscurità, se ne fanno araldi. Portatori sani di una fede per il lato in ombra di uomo e mito. Ancora fanno un po’ di confusione nel cambio costumi e nel cambio scena, cosi qualche rappresentazione risulta più goffa e meno convincente di altre, qualche brano un po’ stentato, ma nell’insieme valgono il costo del biglietto. Nelle rappresentazioni future le sorprese non mancheranno, alcune più gradite, alcune meno. Se da fan duri e puri volete cercare riferimenti per capire questi Cradle Of Filth, il consiglio è di non cercarli in ambienti musicali degli ultimi ventenni, ma in quel teatro degli orrori che impazzava in Europa tra la fine dell’ottocento e il novecento. Date un’occhiata alle locandine dell’epoca e confrontatele con l’artwork degli ultimi due dischi…

Nota: Nell’edizione speciale del disco è possibile trovare oltre a qualche buona cover e al suggestivo video della tittletrack, una versione della stessa con Sarah Jezebel Deva al posto di Liv Kristine. Un ascolto caldamente consigliato.



01. Satyriasis (Intro)
02. Gilded Cunt
03. Nemesis
04. Gabrielle
05. Absinthe with Faust
06. Nymphetamine (Overdose)
07. Painting Flowers White/Never Suited My Palette (Instrumental)
08. Medusa and Hemlock
09. Coffin Fodder
10. English Fire
11. Filthy Little Secret
12. Swansong For A Raven
13. Mother of Abominations

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