Avenged Sevenfold
Nightmare

2010, Roadrunner Records
Heavy Metal

Un disco che è già un clamoroso successo commerciale. Verità o esagerazione?
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 30/08/10

Nuovo album per i californiani Avenged Sevenfold, arrivati alla pubblicazione di “Nightmare” dopo la prematura scomparsa del ventottenne batterista James "The Rev" Sullivan, tra i membri fondatori del combo americano e tra i maggiori compositori del presente lavoro, trovato morto nella sua abitazione lo scorso dicembre, a causa di un mix fatale di alcol e farmaci. Un durissimo colpo che la band ha cercato di metabolizzare dedicando il quinto album in carriera all'amico deceduto, conferendo a “Nightmare” una vena più cupa e malinconica rispetto a quanto avevano abituato.

Episodi come “Nightmare” fanno riflettere. Gli Avenged Sevenfold sono considerati, principalmente oltre oceano (e per “osmosi” anche altrove), come i nuovi fenomeni del rock/metal moderno, con riscontri di pubblico pazzeschi e dati di vendita che lasciano allibiti. Infatti se andiamo a vedere come si è comportato “Nightmare” negli States, non c'è classifica che abbia a che fare col rock che non veda i nostri in cima, fra cui spicca la prima posizione nella prestigiosa Billboard 200, con oltre centosessantaduemila copie vendute solo nella prima settimana dalla pubblicazione. È bastata una sola settimana per diventare uno dei maggiori successi di vendita rock dell'intero 2010. Capirete che una così forte eco non può che stimolare l'ascolto, per cercare di capire come sia stato possibile tutto questo, se tutto il clamore fosse in un certo senso giustificato oppure no.

Che dire? Che il livello artistico a 360°, dal cinema, all'arte, arrivando infine alla musica, si sia abbassato notevolmente negli ultimi decenni è un dato di fatto; erano proprio altri tempi quando questi “numeri” e questi entusiasmi (con le debite proporzioni) li facevano gli Emerson Lake & Palmer di “Pictures at an Exhibition”, praticamente un album di musica classica, o quando il mondo si inchinava al “Black Album” dei Metallica (giusto per fare un esempio più vicino ai nostri). Ma nel 2010 le cose stanno così e dobbiamo prenderne atto. Allora, se siete fan degli Avenged Sevenfold probabilmente non avrete bisogno di leggere fino in fondo, avrete già in mano la vostra copia di “Nightmare”, tutti felici e contenti; se siete invece indecisi o non conoscete la band, magari se non avete molta esperienza alle spalle, vi esorto a proseguire fino alla fine e poi contare fino a dieci...

Dunque, dalle premesse appare ovvio che non troverete elogi sperticati alla nuova fatica degli A7X, ma nemmeno critiche da preconcetto. Diciamo subito che “Nightmare” è probabilmente il miglior album mai composto dagli americani, finalmente scrollatisi di dosso quella patina odiosa che aleggiava nei precedenti dischi, fatta di musica “sconclusionata”, volta a graffiare da un lato e ad ammorbidire dall'altro. Finalmente i nostri hanno tirato fuori i cosiddetti, proponendo un lotto di canzoni che, nell'ottica di una certa fascia di pubblico, non potevano essere migliori. Per prima cosa va segnalata la perfezione della produzione curata da Mike Elizondo (producer dal background hip hop), fattore che aiuta tantissimo nel creare la giusta alchimia, fatta di sferzate violente e brusche parentesi melodiche. Secondariamente, e cosa più importante, i ragazzi sembrano aver fatto un bel salto in avanti in fase di scrittura, proponendo brani dall'andamento sempre mutevole ma finalmente organico, dimenticando quegli odiosi salti slegati, quelle variazioni zuccherose, che non avevano, a mio avviso, una giustificata collocazione all'interno delle composizioni.

Tutto questo senza snaturare quello che rappresentano gli Avenged Sevenfold, senza intaccarne lo stile, ovvero abbracciare ad ampio raggio tutto quello che di buono è sorto sotto la dicitura Rock. Dall'hard rock, al thrash, all'hair metal anni ottanta, alla NWOBHM, passando per il più facilotto prog metal di oggi, senza dimenticare influssi provenienti dall'estremo. Insomma un bel calderone farcito con i soliti ritornelli melodici scala classifica, piazzati sempre nel punto esatto per rimanere impressi nella memoria. Da questo punto di vista non possiamo che applaudire Matthew Shadows e compagni: nonostante la lunghezza esagerata del disco (oltre un'ora), le canzoni scivolano senza difficoltà, forti di un sound stellare e di una preparazione tecnica ben oltre la media, che permette loro di cambiare registro senza perdere in efficacia. Ulteriore tassello è la presenza di Mike Portnoy alla batteria, il drummer preferito di “The Rev”, chiamato a sostituirlo su disco e per tutta la durata del seguente tour. Non che Portnoy si renda protagonista con soluzioni a effetto (restando giustamente fedele al compianto titolare), ma solo la sua presenza contribuisce a dare ulteriore prestigio alla proposta, un gigantesco specchietto per le allodole che certamente non arreca danno.

Sembrerebbero tutte rose e fiori, ma purtroppo non è così. Se nel 2010 un disco come “Nightmare” ha monopolizzato la scena mainstream americana (e con ogni probabilità farà proseliti anche nel resto del mondo), allora vuol dire che stiamo attraversando una profonda crisi dell'ascoltatore medio, incapace o non più abituato a guardare avanti, e ormai “schiavo” di trovate musicali di questo tipo. Ovviamente non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, ma la tendenza delle nuove leve è ormai questa. Che i nostri siano bravi non ci piove, come è fuori discussione che in tutto il lavoro non ci sia il barlume di originalità, uno stralcio di idee personali, un qualcosa che possa essere attribuito unicamente ai californiani. Sì, l'idea di inserire più generi insieme potrebbe essere una risposta, tanto da renderne difficile l'attribuzione, ma questo signori miei non basta. Paradossalmente gli Avenged Sevenfold sono i migliori a “rielaborare”, a prendere più di uno spunto e farlo proprio, numeri uno della “scopiazzata”, ad oggi un paradosso di successo. Guns N' Roses, Iron Maiden d'annata, Metallica, attitudine più ruvida e meno “adolescente”, ballate più profonde e ritornelli “radio friendly”, questi sono gli Avenged Sevenfold di “Nightmare”, meno ragazzini, maturati nel dolore.

Dare un giudizio è difficile; ascoltare la title-rack “Nightmare”, molto (fin troppo) Guns, ma incredibilmente accattivante, “Danger Line”, “Natural Born Killer”, ennesimo tributo ai Metallica, una bella ballata come “So Far Away”, anche qui dalle melodie già abbastanza familiari, o la toccante “Fiction”, scritta da “The Rev” poco prima di morire, ci mette dinnanzi a un bivio: lodare i ragazzi per l'indubbia qualità, o punire le numerosissime citazioni al limite del plagio? C'è da dire che, nonostante i miglioramenti, non mancano alcune note dolenti, vedi la voce nasale (in certi frangenti fastidiosa e decisamente migliorabile) del frontman Matthew Shadows e la continua ricerca della vena melodica a tutti i costi, spesso anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Come è  altrettanto vero che non tutti riescono a scrivere un pezzo come “Save Me”, oltre dieci minuti di continue variazioni ed energici cambi d'umore.

In conclusione si può dire che gli Avenged Sevenfold sono il prodotto più riuscito del mercato rock odierno, hanno capito cosa l'utente medio vuole ascoltare, e non hanno faticato a trovare una formula vincente, unita a una certa immagine che fa sempre effetto nei novizi. A mio parere questo non giustifica il clamore e l'importanza raggiunta dagli americani, tanto da rendere “Nightmare” un disco assimilabile a un “happy meal” musicale, un prodotto di facile fruizione, immediato, ammiccante, ma alla lunga indigesto, assemblato però con ingredienti di alta scuola. Una cosa va detta però, col presente album gli Avenged Sevenfold sono riusciti a darsi finalmente una dimensione più solida, non più animali da copertina, ma musicisti con talento e passione. Decidete voi da che parte stare, un ascolto lo meritano certamente.



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