Metallica
Master Of Puppets

1986, Elektra
Thrash

Recensione di Erik Molteni - Pubblicata in data: 08/08/10

L’eccezionalità dell’arte in generale, e della musica in questo contesto particolare, è quella di regalare al pubblico capolavori che con il passare del tempo diventano immortali; detto così su due piedi può sembrare un’ovvietà, ma pensandoci bene non è poi una cosa così scontata. E’ sempre difficile per chiunque riconoscere gemme così preziose sin dalla loro prima uscita, mentre è chiaramente più semplice etichettare un album come capolavoro anni dopo la sua entrata in commercio. Così per poter recensire al meglio un pezzo di storia del metal e della musica in generale come è "Master Of Puppets", è bene catapultarsi indietro nel tempo di ben ventiquattro anni e rivivere il contesto artistico che ha visto la genesi del masterpiece della band di San Francisco. Un momento storico-musicale in cui nel Vecchio Continente stava prendendo piede la NWOBHM, con gli Iron Maiden che inesorabilmente si stavano imponendo a livello mondiale, mentre dall’altra parte dell’oceano, nella cosiddetta Bay Area, un metal decisamente diverso ma altrettanto coinvolgente stava guadagnando sempre più adepti grazie ai lavori di band come Slayer, Anthrax, Megadeth e appunto Metallica. La band di Hetfield e Ulrich veniva da due album di pregevole fattura come "Kill’em All" e "Ride The Lightning", lavori che avevano imposto i Metallica come nuova importante realtà thrash metal, ma probabilmente nemmeno loro avrebbero pensato che i brani su cui stavano lavorando per il nuovo album avrebbero cambiato in maniera così netta il metal negli anni a venire.

L’album si apre con un dolce e leggero arpeggio di chitarra acustica, cosa peraltro già presente nel precedente lavoro, sembra quasi un’introduzione ad un film di Sergio Leone (e forse non sarà un caso se "The Ecstasy Of Gold" del nostro Ennio Morricone sarà l’intro di numerosi concerti a venire della band), si respira un’aria rilassata, di calma, la classica calma prima della tempesta; infatti poi si scatena la furia (musicale) di Lars Ulrich che sfoga tutta la sua veemenza artistica sulla propria batteria per un brano che apre nel migliore dei modi l’album: tutto questo è l’opener "Battery", song tipicamente speed metal che definire coinvolgente potrebbe sembrare un eufemismo. Impossibile stare immobili durante l’ascolto, ovunque vi troviate. Ma se pensate di poter avere un attimo di tregua, vi sbagliate di grosso: immediatamente legata all’opener ecco sopraggiungere la title track. Un brano incredibile e di una qualità inimitabile lungo tutti i suoi otto minuti e trentacinque secondi; un eccezionale lavoro sia in sede di composizione che di songwriting, una vetta che i Metallica, e probabilmente molti altri illustri colleghi, non riusciranno mai più a raggiungere. Il chorus si impone come fosse un monito a tutti gli ascoltatori, i riffs sapientemente incastonati nell’opera si mostrano melodici ed al tempo stesso duri, ma incredibilmente unici. Un brano che a distanza di tanti anni e dopo innumerevoli ascolti, trova ancora più di un motivo per essere ascoltato. Poi la band dà sfogo alle proprie passioni letterarie con "The Thing That Not Should Be", brano che trae spunto dai lavori dello scrittore H.P. Lovecraft e che ci introduce all’ennesimo capolavoro: la ballad "Welcome Home (Sanitarium)", brano che se non può essere paragonato in termini di dolcezza alle altre ballad composte dalla band, può tranquillamente ricevere la palma della più completa dal punto di vista thrash. Poi dopo la militaresca (per contenuti) "Disposable Heroes", ecco la sottovalutata (al tempo) "Leper Messiah", dove Hetfield e soci si confrontano con interessanti sperimentazioni musicali che verranno rivalutate negli anni a venire. Potrebbe bastare quanto ascoltato sinora per definire "Master Of Puppets" un capolavoro unico e irraggiungibile ma i Metallica, da band di fuoriclasse quali sono, non si accontentano di quanto già fatto ed allora ecco la strumentale "Orion", concepita dal genio musicale di Cliff Burton. Dopo aver sondato i terreni del prog metal già con "The Call Of Ktulu" presente in "Ride The Lightning", il bassista californiano sviluppa ulteriormente la sua vena compositiva regalandoci un capolavoro di assoluta grandezza, una vetta probabilmente irraggiungibile negli anni a venire per qualsiasi musicista del genere. Il triste destino vorrà che questo brano venga eseguito ai funerali dello stesso Burton, vittima di un tragico incidente automobilistico accaduto proprio durante il tour di supporto all’album. La chiusura è invece affidata a "Damage Inc.", brano tipicamente speed metal che rende onore alle origini ed ai primi lavori della band.

Cos’altro dire se non sottolineare ancora una volta la straordinaria grandezza ed al tempo stesso la carica rivoluzionaria dell’album; un lavoro che dopo la sua uscita ha di fatto mutato i canoni del thrash metal, arruolando schiere di fan in tutto il mondo ammaliati dalla genialità di un lavoro che senza ombra di dubbio si è guadagnato l’immortalità nell’olimpo della musica estrema.



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