Pain Of Salvation
Road Salt One

2010, InsideOut
Rock

Questi sono i Pain Of Salvation nell'anno 2010: l'ennesimo cambio di pelle, prendere o lasciare.
Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 27/05/10

Recensione a cura di Andrea Pizzini

 

Le grandi band mettono tutti d'accordo. Almeno fino a quando qualcosa non logora l'invisibile legame tra artista ed ascoltatore. Spesso è quest'ultimo che, misteriosamente, sceglie di voltar le spalle ai propri “eroi”, ancor prima che questi possano difendersi con l'arma più forte, anche perché unica, a loro disposizione: la Musica.

Leggendo qua e là nei vari portali e blog, questo voltafaccia è accaduto anche tra i Pain Of Salvation e la loro audience, o almeno una grossa fetta. Mi sforzo di comprendere quella minoranza che mostra le sue critiche con un buon bagaglio di motivazioni, mentre per la maggior parte non ho intenzione di compiere questo “sacrificio” dato che, come detto qualche riga indietro, è un comportamento che il più delle volte nasce senza alcuna motivazione plausibile (del tipo: “Hanno sfornato cinque/sei dischi ottimi, ora fa fico gettare contro di loro un po' di letame, a gratis!”). Quindi mi sforzo ed aggiungo che Daniel Gildenlöw ci mette del suo, ad ogni uscita discografica, con uno straripante egocentrismo ed una buona dose di megalomania, per creare attrito tra la sua musica (sua, perché mai come ora, soprattutto dopo le defezioni di Kristoffer Gildenlöw e Johan Langell, i Pain Of Salvation sembrano una one man-band) e la numerosa schiera di fan.

Già con il monumentale “Be” qualcosa era successo, una piccola crepa si era formata nonostante il concept fosse tra i più belli usciti nell'ultimo ventennio. Una crepa che si è allargata parecchio con il successivo “Scarsick”, il quale, oltre a mostrare spavaldamente l'epigrafe “The Perfect Element Part II” (e, si sa, puoi toccare la madre al fan, ma non ti azzardare a toccare la sua musica), spingeva l'acceleratore sulla sperimentazione, allontanando sempre di più la band svedese dal famoso ed ingombrante passato. I cambi di line-up, un nuovo look (come se questo dovesse importarci), ed un ep, “Linoleum”, hanno completato l'affresco del rigetto, se mi passate il paragone. Ora che abbiamo tra le mani il nuovo album, che poi è la prima parte di un dittico, cosa dobbiamo aspettarci?

Personalmente ho trovato una band in formissima, lontana anni luce dai primi tre capitoli della propria discografia, ma ugualmente convincente e capace di emozionare, utilizzando metodologie che il più delle volte col metal tout court hanno pochissimo da spartire. Una produzione grezza, volutamente low-fi, ci accompagna lungo dodici tracce che "kafkianamente" conferiscono un valore aggiunto al precedente “Scarsick”, ribadendo una volta di più una coerenza assoluta nell'aborrire l'immobilismo compositivo. “No Way” apre le danze con il suo caracollare sospinto da un pianoforte martellante ed un drumming che, come si ascolterà in seguito, preferisce jeans & maglietta rock al tight prog metal. Da rimarcare le strofe finali, un singhiozzante dondolio che ci conduce alla seguente “She Likes To Hide”, praticamente un sensualissimo blues rock che flirta con noi, scippandoci il portafoglio delle emozioni. Di quest'ultime fatene una scorta perché con “Sisters” si sfiorano vette altissime, dalle quali è possibile osservare al meglio tutte le nostre fragilità, tremendamente messe a nude da melodie semplici (Fredrik Hermansson sugli scudi) e linee vocali sincere come il sangue. “Of Dust”, in due minuti scarsi, suona come una carezza su una guancia solcata dalle lacrime, un ponte perfetto tra “Sisters” e la sguaiata “Tell Me You Don't Know”, un altro fumoso ed assassino bluesaccio che agita il piedino come pochi.

Siamo quasi a metà disco e di metal e di “vecchi” (per quanto possa valere un termine del genere) Pain Of Salvation non c'è traccia; con “Sleeping Under The Stars” la situazione non cambia, anzi! Prendete Tom Waits e Goran Bregovic, gonfiateli con vodka, chiudeteli dentro ad una baita in compagnia di Mike Patton e vietate loro di suonare elettrici: fate questo ed avrete tra le mani uno sgangherato melting pot folkloristico (seppur bellissimo, sia chiaro). Con “Darkness Of Mine” si torna a subdorare il sound di un tempo, pur rimanendo lontani dall'irruenza del metal, mentre “Linoleum” mostra i muscoli con il suo riffing impertinente; due brani che, tra le altre cose, ci donano i chorus più belli del disco. “Curiosity” sembra uscire da “Scarsick”, data la sua natura ribelle: partenza sparata, starebbe da dio in un musical (“Rent”?), ed al contempo sembra il brano di un gruppo brit pop fatto e strafatto che impara a comporre dall'oggi al domani. “Where It Hurts” e “Road Salt” sono i due lati, identici, della nostra anima; melodie struggenti, linee vocali da brividi, una delicatezza compositiva che arride a pochissimi. Particolari che rendono ovvia la nostra lenta caduta nel mondo dei pensieri, dei rimpianti, delle occasioni perdute... La chiusura è affidata al lungo abbraccio di “Innocence”, dove le chitarre tornano ad ingrossarsi (non troppo, state calmi) mentre le vocals di un Gildenlöw sornione giocano con le nostre certezze ed aspettative.

Questi sono i Pain Of Salvation nell'anno 2010, l'ennesimo cambio di pelle, prendere o lasciare. Io prendo, godo come un riccio e candido “Road Salt One” come uno dei top ten album dell'anno in corso. E voi, cosa siete? Maggioranza o minoranza?





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